JORDAN B. PETERSON.
...
.
...
12 REGOLE PER LA VITA.
UN ANTIDOTO AL CAOS.
...
.
...
Parte 1.
...
.
...
Titolo originale: 12 Rules for Life.  
Traduzione di: Arianna Bevilacqua.
2018. My Life, Coriano di Rimini (RAVENNA).
ISBN 978-88-6386-476-2.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
Quali sono le cose fondamentali da sapere?
Il famoso psicologo clinico Jordan Peterson ha influenzato la comprensione moderna della personalità e adesso è diventato uno dei più noti pensatori con le sue lezioni su argomenti che spaziano dalla Bibbia alle relazioni d'amore alla mitologia, attirando decine di milioni di spettatori. Il suo messaggio chiaro e rinforzante sul valore della responsabilità individuale e l'antica saggezza ha fatto vibrare il mondo intero. Nel libro propone dodici principi pratici profondi su come vivere una vita ricca di senso. Attingendo a vividi esempi dalla sua pratica clinica e dalla vita privata, oltre che a lezioni dai miti e dalle storie più antiche dell'umanità, 12 regole per la vita offre un antidoto al caos dell'esistenza: verità eterne applicate a problemi moderni.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Il noto psicologo Jordan B. Peterson è un intellettuale provocatore che guida migliaia di persone all'esame senza mezzi termini delle proprie vite, unendo verità duramente conquistate con l'antica saggezza e il sapere scientifico all'avanguardia. L'autore non dispensa consigli medici né prescrive l'uso di alcuna tecnica come forma di trattamento per problemi fisici e medici senza il parere di un medico, direttamente o indirettamente. L'intento dell'autore è semplicemente quello di offrire informazioni di natura generale per aiutarvi nella vostra ricerca del benessere fisico, emotivo e spirituale. Nel caso in cui usaste le informazioni contenute in questo libro per voi stessi, che è un vostro diritto, l'autore e l'editore non si assumono alcuna responsabilità delle vostre azioni.
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...
Prefazione.
Introduzione.
Regola 1. Stai diritto, con le spalle bene indietro.
Regola 2. Tratta te stesso come fai con chi si affida a te.
Regola 3. Scegli amici che vogliono il meglio per te.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
PREFAZIONE.
...
.
...
Regole? Ancora regole? La vita non è abbastanza complicata e piena di limitazioni già così, anche senza regole astratte che non tengono in considerazione la nostra situazione, unica e individuale? E dal momento che il nostro cervello è plastico e che tutto si sviluppa in maniera diversa a seconda delle esperienze di vita, perché dovremmo aspettarci che poche regole possano aiutare tutti?
Le persone non chiedono a gran voce delle regole, nemmeno nella Bibbia... Mosè scende dalla montagna, dopo una lunga assenza, portando con sé le tavole su cui sono incisi i Dieci comandamenti, e trova i figli di Israele in rivolta. Sono stati schiavi del faraone, assoggettati alle sue regole tiranniche per centinaia di anni, dopodiché Mosè li ha portati nel deserto per altri quarant'anni, per purificarli dalla loro schiavitù. Adesso, finalmente liberi, hanno perso ogni controllo, mentre danzano selvaggiamente intorno a un idolo, un vitello d'oro, abbandonandosi a ogni forma di tentazione fisica.
“Ho notizie buone e notizie cattive” dice il legislatore. “Quali volete ascoltare per prime?”
“Le notizie buone!” replicano gli edonisti.
“Sono riuscito a ottenere una riduzione dei comandamenti da quindici a dieci!”.
“Alleluia!” grida la folla ribelle. “E le notizie cattive?”.
“Il divieto di commettere adulterio è ancora tra questi.”
Quindi, ci saranno delle regole, ma, per favore, non troppe. Siamo ambivalenti quando si parla di regole, anche quando sappiamo che sono per il nostro bene. Finché siamo esseri energici, finché abbiamo carattere, le regole ci sembrano restrittive, un affronto al nostro spirito di iniziativa e all'orgoglio che proviamo quando siamo padroni della nostra vita. Perché dovremmo essere giudicati secondo le regole di un'altra persona?
Effettivamente veniamo giudicati. Dopo tutto, Dio non ha dato a Mosè “I Dieci consigli”: gli ha dato i Dieci comandamenti. La mia prima reazione a un ordine potrebbe essere quella di pensare che nessuno, nemmeno Dio, mi può dire che cosa fare, anche se è per il mio bene. Ma la storia del vitello d'oro ci ricorda che, senza regole, diventiamo ben presto schiavi delle passioni, e in questo non c'è niente di liberatorio.
La storia ci suggerisce qualcosa di più. Privi di controllo e lasciati al nostro giudizio non guidato, ci ritroviamo ben presto a guardare in basso e ad adorare qualità non degne di noi: in questo caso, un feticcio di animale che ci porta a manifestare i nostri istinti in maniera del tutto sregolata. La storia ebraica chiarisce come gli antichi la vedessero a proposito della possibilità di un comportamento civile in assenza di regole capaci di elevare il nostro sguardo e i nostri standard.
Una cosa bella della storia della Bibbia è che non si limita semplicemente a elencare delle norme, come potrebbero fare avvocati, legislatori o amministratori; le ingloba in una narrazione coinvolgente che illustra perché ne abbiamo bisogno, rendendole così più facili da capire. Allo stesso modo, in questo libro il professor Peterson non propone semplicemente le sue dodici regole, ma racconta storie, fatti e vicende, offrendoci conoscenze che spaziano in molti campi per illustrarci e spiegarci perché le migliori norme non nascano per porre dei limiti, bensì per aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi e creare vite più piene e più libere.
La prima volta che incontrai Jordan Peterson fu a casa di alcuni amici comuni, il produttore televisivo Wodek Szemberg e sua moglie Estera Bekier, medico internista. Era il compleanno di Wodek. Estera e Wodek sono emigrati polacchi cresciuti nell'impero sovietico, dove era chiaro che affrontare molti argomenti fosse vietato e che interrogarsi su alcune forme di organizzazione sociale e su alcune idee filosofiche (per non parlare della legittimità del regime stesso) poteva essere particolarmente pericoloso.
Ma adesso i padroni di casa si concedevano conversazioni autentiche e rilassate, offrendo feste dedicate al piacere di esprimere liberamente le proprie idee e ascoltare gli altri mentre facevano lo stesso, in un sincero botta e risposta. Lì la regola era “Esprimi ciò che hai in mente”. Se la conversazione verteva sulla politica, persone di diverse opinioni parlavano tra loro senza problemi - anzi, non vedevano l'ora di farlo - in una maniera che è sempre più rara. A volte le opinioni, o le verità, di Wodek prorompevano, così come faceva la sua risata. Allora abbracciava chiunque l'avesse fatto ridere o l'avesse portato a esprimersi con un'intensità maggiore di quanto avesse mai previsto. Questa era la parte migliore delle feste e valeva proprio la pena provocarlo per ricevere in cambio la sua franchezza e i suoi caldi abbracci. Nel frattempo, la voce di Estera danzava per la stanza e procedeva lungo un percorso molto preciso verso l'ascoltatore designato. Le esplosioni di verità non creavano un'atmosfera meno rilassata per la compagnia, ne suscitavano altre, liberandoci, lasciando spazio ad altre risate e rendendo l'intera serata più piacevole, perché con le persone che si sono scrollate di dosso l'oppressione, come i coniugi Szemberg-Bekier, sai sempre con chi e con che cosa hai a che fare. Quella franchezza era rivitalizzante. Il romanziere Honoré de Balzac una volta descrisse i balli e le feste della nativa Francia, osservando che quella che appariva come una singola festa spesso era costituita da due momenti. Nelle prime ore il ritrovo era affollato di persone annoiate, tutte concentrate a mettersi in posa e a darsi delle arie. Poi, solo nelle ultime ore, dopo che la maggior parte degli ospiti se n'era andata, cominciava la seconda fase, la festa vera. Alla conversazione questa volta avrebbero partecipato tutti i presenti e le risate a cuore aperto avrebbero preso il posto dei gesti inamidati. Alle feste di Estera e Wodek, questo tipo di apertura e di intimità, tipico delle prime ore del mattino, spesso si ritrovava non appena si varcava la soglia.
Wodek è un cacciatore dalla criniera di leone e dai capelli argentei, sempre in cerca di potenziali intellettuali che sappiano come scovare persone che riescano veramente a parlare di fronte a una telecamera TV e che sembrino autentiche perché lo sono: la telecamera se ne accorge. Spesso Wodek invita queste persone ai suoi salotti. Quel giorno convocò un professore di psicologia dell'Università di Toronto, la stessa alla quale insegnavo io, che era proprio la persona giusta: un perfetto mix di intelletto ed emozione. Wodek fu il primo a mettere Jordan Peterson di fronte a una telecamera e a pensare a lui come a un insegnante in cerca di studenti, perché era sempre pronto a spiegare. E aiutò molto che Peterson amasse la telecamera e ne fosse ricambiato.
Quel pomeriggio c'era una grande tavola apparecchiata nel giardino degli Szemberg-Bekier; intorno era raccolta la solita confraternita di virtuosi della loquacità. Sembravamo, però, disturbati da uno sciame di api che ronzavano lì attorno, e c'era questo nuovo arrivato, con l'accento dell'Alberta e stivali da cowboy, che le ignorava e continuava a parlare. Continuava a parlare mentre noi sembravamo giocare al “gioco della sedia”, cambiando continuamente di posto per tenerci alla larga dagli insetti, ma cercavamo anche di rimanere a tavola perché questa nuova aggiunta ai nostri incontri era molto interessante.
Il nuovo arrivato aveva la strana abitudine di parlare delle questioni più profonde a chiunque fosse seduto a tavola - in gran parte, nuove conoscenze per lui -, proprio come se stesse chiacchierando del più e del meno. O, se anche stava parlando del più e del meno, l'intervallo tra “Come conosci Wodek ed Estera?” o “Una volta ho lavorato come apicoltore, quindi ci sono abituato” e argomenti più seri era di qualche frazione di secondo.
A volte è possibile sentir parlare di questioni simili in quelle feste in cui si incontrano professori e professionisti, ma di solito la conversazione seria resta relegata a due specialisti dell'argomento, che ne parlano in un angolo o, se condivisa con l'intero gruppo, implica che qualcuno si pavoneggi. Ma questo Peterson, benché erudito, non dava l'impressione di essere saccente. Aveva l'entusiasmo di un bambino che ha appena imparato qualcosa di nuovo e vuole condividerlo. Sembrava presupporre, proprio come un bambino - prima che questo impari quanto possano diventare ottusi gli adulti -, che qualsiasi cosa fosse per lui interessante lo sarebbe stata anche per gli altri. In quel cowboy c'era qualcosa di infantile, nel suo parlare come se tutti fossimo cresciuti nella stessa piccola città o famiglia e avessimo sempre riflettuto sui medesimi aspetti dell'esistenza umana.
Peterson non era un eccentrico “vero”; sapeva padroneggiare a sufficienza le convenzioni, era stato professore ad Harvard, era un gentleman (un cowboy gentiluomo), anche se pronunciava spesso parole come “maledetto” e “quel cavolo di...”, come avrebbe fatto un contadino negli anni Cinquanta. Ma tutti ascoltavano, con espressioni di meraviglia dipinte sui volti, perché in effetti affrontava questioni che suscitavano l'interesse di tutti i presenti.
C'era qualcosa di liberatorio nell'essere in compagnia di una persona tanto istruita da parlare in maniera così inaspettata. Il suo pensiero era motorio e motorizzato; sembrava che avesse bisogno di pensare ad alta voce, di usare la propria corteccia motoria per pensare, ma anche che quel motore dovesse girare veloce per funzionare correttamente. Per arrivare al decollo. Non era proprio frenetico, ma la sua velocità media era elevata. Pensieri pieni di vita scaturivano in continuazione. Ma a differenza di molti accademici che prendono la parola e la monopolizzano, se qualcuno gli rispondeva o lo correggeva lui apprezzava molto. Non si tirava indietro. Diceva, in maniera un po' informale: “Certo!” e chinava involontariamente la testa in avanti, scuotendola come se si fosse accorto di aver tralasciato qualcosa, ridendo di se stesso perché era stato troppo superficiale. Apprezzava che gli venisse mostrato un altro aspetto di un problema e divenne chiaro che riflettere su qualcosa era, per lui, un processo dialogico.
Non si poteva non rimanere colpiti da un altro aspetto insolito: per essere un intellettuale, Peterson era estremamente pratico. I suoi esempi erano ricchi di esempi ricavati dalla vita di tutti i giorni.
Mi sono sempre piaciuti molto gli abitanti delle praterie del Midwest, nati in fattorie dove hanno imparato tutto sulla natura o in piccole città, che hanno lavorato con le proprie mani per costruire qualcosa e hanno trascorso lunghi periodi tra i duri elementi naturali, che spesso sono autodidatti e s'iscrivono all'università contro ogni previsione. Li trovo piuttosto diversi dai sofisticati prodotti delle grandi città, in qualche modo snaturati, per cui l'istruzione superiore è prestabilita, e per questa ragione a volte data per scontata, senza valore in se stessa, ma semplicemente come uno dei tanti gradini nella scala dell'avanzamento di carriera. Le persone che provengono dal Midwest sono diverse: fatte da sé, senza titoli, concrete, amichevoli e meno ricercate di molti coetanei delle grandi città, che trascorrono sempre più la vita dentro casa, manovrando icone e simboli al computer. Questo psicologo-cowboy sembrava occuparsi di un pensiero solo se questo poteva, in qualche modo, essere d'aiuto a qualcuno.
Diventammo amici. Uno psichiatra e uno psicoanalista che amano la letteratura. Provavo simpatia per lui perché era uno specialista clinico che aveva anche letto molto e che non solo amava i romanzi russi, la filosofia e la mitologia antica, ma sembrava trattarli come l'eredità più preziosa dell'umanità. Aveva inoltre condotto ricerche statistiche illuminanti su personalità e temperamento e studiato le neuroscienze. Di formazione comportamentista, era però fortemente attratto dalla psicoanalisi, con il suo focus sui sogni, sugli archetipi, sulla persistenza dei conflitti infantili nell'adulto e sul ruolo delle difese e della razionalizzazione nella vita di tutti i giorni. Era poi un'eccezione, in quanto unico membro del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Toronto a portare avanti anche una pratica clinica.
Durante le mie visite, le conversazioni iniziavano con scherzi e risate e così fui accolto nella sua abitazione. Abitava in una casa completamente ristrutturata da lui stesso insieme a Tammy, sua moglie: la casa più affascinante e scioccante che avessi mai visto. Avevano opere d'arte, alcune maschere intagliate e ritratti astratti, oltre a un'enorme collezione di dipinti originali del realismo socialista, ritratti di Lenin e dei primi funzionari del partito comunista commissionati dall'URSS. Non molto tempo dopo la caduta dell'Unione Sovietica, quando tanti nel mondo tirarono un sospiro di sollievo, Peterson iniziò ad acquistare queste opere di propaganda. Dipinti che esaltavano lo spirito rivoluzionario sovietico riempivano ogni singola parete, i soffitti e persino i bagni. I dipinti non erano lì perché Jordan nutrisse qualche simpatia totalitarista, ma perché voleva ricordare a se stesso qualcosa che, come tutti, avrebbe preferito dimenticare: centinaia di milioni di persone assassinate in nome dell'utopia.
Bisognava abituarsi a quella casa “decorata” da un'illusione che aveva praticamente distrutto l'umanità. Ma ciò veniva facilitato da Tammy, la meravigliosa moglie di Jordan che condivideva in tutto e per tutto quella scelta, che abbracciava e incoraggiava questo insolito bisogno di espressione. Quei dipinti fornivano al visitatore un primo indizio sul forte interesse che Jordan nutriva riguardo alla capacità umana di compiere il male in nome del bene, e riguardo al mistero psicologico dell'autoinganno (come può una persona ingannare se stessa e farla franca?), interesse che entrambi condividiamo. E poi c'erano anche le ore che passavamo discutendo di quello che potrei chiamare un problema minore, perché più raro: la capacità umana di commettere il male proprio per il male, la gioia che alcune persone traggono dal distruggere gli altri, notoriamente colta dal poeta inglese del diciassettesimo secolo John Milton nel suo libro Paradiso perduto.
E così chiacchieravamo e prendevamo il tè nella cucina di Jordan, davanti a quella strana collezione d'arte, un segno visivo della sua ricerca sincera di superamento dell'ideologia semplicistica, di sinistra o di destra, per non ripetere gli errori del passato. Dopo un po' non c'era nulla di strano nel prendere il tè, discutendo di questioni familiari o dell'ultima lettura, con quelle immagini minacciose che incombevano sopra di noi. Stavamo solo vivendo nel mondo com'era stato, o com'è ancora, in alcuni luoghi.
Nel primo e unico libro di Jordan antecedente a questo, Maps of Meaning [Mappe di significato], egli condivide le sue profonde intuizioni sui temi universali della mitologia mondiale e spiega come tutte le culture abbiano creato storie affinché gli uomini possano confrontarsi e, in definitiva, mappare il caos in cui sono calati fin dalla nascita; questo caos è tutto ciò che ci è ignoto e ogni territorio inesplorato che dobbiamo attraversare, sia nel mondo esterno sia all'interno della nostra psiche.
Combinando lo studio dell'evoluzione, la neuroscienza dell'emozione, alcuni tra i migliori scritti di Jung, alcuni di Freud, gran parte delle migliori opere di Nietzsche, Dostoevskij, Solženicyn, Eliade, Neumann, Piaget, Frye e Frankl, Maps of Meaning, pubblicato quasi due decenni fa, mostra l'ampio approccio di Jordan alla comprensione di come gli esseri umani e il loro cervello affrontino la situazione archetipica che si presenta ogni volta che, nella vita quotidiana, si deve fronteggiare qualcosa di incomprensibile. La bellezza del libro è nella dimostrazione di quanto questa situazione sia radicata nell'evoluzione, nel DNA umano, nel nostro cervello e nelle storie più antiche. E dimostra che queste storie sono giunte fino a noi perché forniscono ancora una guida per affrontare l'incertezza e l'inevitabile ignoto.
Una delle molte qualità del libro che stai leggendo è che fornisce una via d'accesso a Maps of Meaning, che è un lavoro molto complesso perché Jordan stava elaborando il proprio approccio psicologico mentre scriveva quel testo. Ma è fondamentale perché, non importa quanto differenti possano essere i geni o le esperienze di vita o quanto diversamente i nostri cervelli plastici siano stati plasmati dalle esperienze, tutti dobbiamo fare i conti con l'ignoto e tutti tentiamo di passare dal caos all'ordine. Ed è per questo che molte regole di questo libro hanno in sé un elemento di universalità.
Da adolescente cresciuto nel mezzo della Guerra fredda, Jordan aveva la tormentata consapevolezza che gran parte dell'umanità sarebbe stata in grado di far esplodere il Pianeta pur di difendere la propria identità e voleva capire come ciò fosse possibile. Voleva anche capire le ideologie che spingevano i regimi totalitari a una variante di quello stesso comportamento: uccidere i propri cittadini. In questo libro, Jordan ribadisce innanzitutto ai lettori di guardarsi dall'ideologia, a prescindere da chi la divulga e dallo scopo dal quale è spinta.
Le ideologie sono idee semplici travestite da scienza o da filosofia, che pretendono di spiegare la complessità del mondo e offrono rimedi che sembrano renderlo perfetto. Gli ideologi sono persone che fingono di sapere come “rendere il mondo un posto migliore”, prima di essersi occupate del proprio caos interiore. La maschera da guerriero che l'ideologia dona loro nasconde quel caos. È hybris [tracotanza], ovviamente: uno dei temi più importanti di questo libro è “Fa' che casa tua sia in perfetto ordine prima di criticare il resto del mondo”, e Jordan fornisce consigli pratici su come farlo.
Le ideologie sono sostitute della vera conoscenza e gli ideologi sono sempre pericolosi quando prendono il potere, perché un approccio semplicistico e presuntuoso non è all'altezza della complessità dell'esistente. Inoltre, quando i loro marchingegni sociali non riescono a prendere il via, gli ideologi non incolpano se stessi ma tutti quelli che vedono attraverso la lente delle semplificazioni. Un altro grande professore, il sociologo Lewis Feuer, nel proprio libro Ideology and the Ideologists [L'ideologia e gli ideologi], osservò che le ideologie riorganizzano proprio le storie religiose che intendono soppiantare, eliminando però da queste la ricchezza narrativa e psicologica. Il comunismo prese molti elementi in prestito dalla storia dei figli di Israele in Egitto: anche qui c'erano una classe asservita, ricchi persecutori, un leader che come Lenin va all'estero, vive tra gli schiavisti e poi conduce gli schiavi alla terra promessa, l'utopia, la dittatura del proletariato.
Per comprendere l'ideologia, Jordan ha letto molto non solo sui gulag sovietici, ma anche sull'olocausto e sull'ascesa del nazismo. Non avevo mai incontrato prima una persona, di cultura cristiana e della mia generazione, così profondamente tormentata da quello che accadde in Europa agli ebrei e che aveva lavorato così tanto per capire come fosse potuto succedere. Anch'io l'ho studiato in profondità. Mio padre sopravvisse ad Auschwitz. Mia nonna era una donna di mezz'età quando si trovò faccia a faccia con il dottor Josef Mengele, il medico nazista che condusse esperimenti indicibilmente crudeli sulle proprie vittime: anche lei sopravvisse ad Auschwitz disobbedendo all'ordine di unirsi alla fila degli anziani, delle persone con i capelli grigi e dei deboli, per sgattaiolare invece nella fila dei più giovani. Evitò le camere a gas una seconda volta scambiando cibo per tintura per capelli, in modo da non venire assassinata perché sembrava troppo vecchia. Mio nonno, suo marito, sopravvisse al campo di concentramento di Mauthausen, ma morì soffocato mangiando il primo pezzo di cibo solido che gli fu dato, poco prima del giorno della Liberazione. Lo racconto perché anni dopo essere diventati amici, quando Jordan assunse una posizione liberale sulla libertà di parola, venne accusato dagli estremisti di sinistra di essere un bigotto di destra.
Lasciatemi dire, con tutta la moderazione di cui sono capace: nella migliore delle ipotesi, le persone che lo accusavano semplicemente non hanno impiegato la dovuta attenzione nel valutarlo. Io l'ho fatto; con una storia familiare come la mia, si sviluppa non solo il radar, ma il sonar subacqueo per il bigottismo di destra; ma ancora più importante, si impara a riconoscere il tipo di persona che ha la capacità di comprensione, gli strumenti, la buona volontà e il coraggio di combatterlo, e Jordan Peterson vi corrisponde.
La mia stessa insoddisfazione per i tentativi della moderna scienza politica di comprendere l'ascesa del nazismo, del totalitarismo e del pregiudizio è stata un fattore importante nella decisione di integrare i miei studi di scienze politiche con le ricerche sull'inconscio, sulla proiezione, sulla psicoanalisi, sul potenziale regressivo della psicologia di gruppo, sulla psichiatria e sul cervello. Jordan ha abbandonato scienze politiche per ragioni analoghe. Con questi importanti interessi paralleli, non siamo sempre d'accordo sulle risposte (grazie a Dio), ma siamo quasi sempre d'accordo sulle domande.
La nostra amicizia non è solo tristezza e tragedia. Ho preso l'abitudine di assistere alle lezioni dei miei colleghi professori in università, e così ho frequentato le sue, che erano sempre piene, e ho visto quello che ora milioni di persone vedono online: un brillante, spesso abbagliante, oratore che dava il meglio di sé improvvisando come un artista jazz; a volte assomigliava a un ardente predicatore della prateria, non nella tendenza all'evangelizzazione, ma nella passione, nella capacità di raccontare storie che parlano delle sfide della vita. Poi, con la stessa facilità, sarebbe potuto passare a una rassegna sistematica e mozzafiato di una serie di studi scientifici. Era un maestro nell'aiutare gli studenti a diventare più riflessivi e a prendere sul serio se stessi e il proprio futuro. Insegnò loro a rispettare molti dei più grandi libri mai scritti. Fornì vividi esempi tratti dalla pratica clinica, raccontò, appropriatamente, molto di sé, anche dei propri punti deboli, e creò collegamenti affascinanti tra evoluzione, cervello e storie religiose. In un mondo in cui agli studenti s'insegna a vedere l'evoluzione e la religione come mondi semplicemente opposti, Jordan mostrava come l'evoluzione aiuti a spiegare il fascino psicologico profondo e la saggezza di molte storie antiche, da Gilgamesh alla vita del Buddha, alla mitologia egizia e alla Bibbia. Mostrava, per esempio, come le storie sul viaggio volontario verso l'ignoto - la missione dell'eroe - rispecchino compiti universali che il cervello umano si è evoluto a perseguire. Rispettava le storie, non era riduzionista e non pretendeva mai di esaurirne la saggezza. Se affrontava un argomento come il pregiudizio, o come i suoi parenti emotivi, la paura e il disgusto, o le differenze medie tra i due sessi, era in grado di mostrare come questi tratti si erano evoluti e perché erano sopravvissuti fino a noi.
Soprattutto, risvegliava l'attenzione degli studenti su argomenti che raramente si affrontano all'università, come il semplice fatto che tutti gli antichi, da Buddha agli autori biblici, sapevano ciò che oggi ogni adulto un po' esaurito sa, cioè che la vita è sofferenza. Se stai soffrendo o se soffre qualcuno che ti è vicino, è triste. Ma, ahimè, non è niente di particolarmente degno di nota. Non soffriamo solo perché “i politici sono stupidi” o perché “il sistema è corrotto” o perché tu e io, come quasi tutti, siamo legittimati a descrivere noi stessi, in qualche modo, come vittime di qualcosa o qualcuno. È perché siamo nati umani che ci viene garantita una buona dose di sofferenza. E ci sono buone probabilità, se tu o qualcuno che ami non state soffrendo in questo momento, che questo avverrà entro cinque anni, a meno che tu non sia stranamente fortunato. Crescere i figli è difficile, il lavoro è duro, l'invecchiamento, la malattia e la morte sono ardui da affrontare, e Jordan ha sottolineato che fare tutto da soli, senza il beneficio di una relazione d'amore o della saggezza o delle intuizioni psicologiche dei più grandi psicologi, rende tutto questo solo più difficile. Peterson non spaventava gli studenti; a dire la verità, trovavano rassicuranti le sue schiette parole perché nella profondità della propria psiche la maggior parte di loro sapeva che quanto diceva era vero, anche se non erano temi discussi in alcun forum: forse perché gli adulti che facevano parte della loro vita erano diventati così ingenuamente iperprotettivi che si erano illusi che il non parlare della sofferenza li avrebbe in qualche modo magicamente protetti.
Egli metteva tutto questo in relazione al mito dell'eroe, un tema interculturale indagato psicoanaliticamente da Otto Rank, che notava, seguendo Freud, che i miti eroici sono simili in molte culture, un pensiero ripreso anche, tra gli altri, da Carl Jung, Joseph Campbell ed Erich Neumann. Dove Freud diede un grande contributo nello spiegare le nevrosi, concentrandosi tra le altre cose sulla comprensione di ciò che potremmo chiamare la storia dell'eroe fallito, Edipo, Jordan si è focalizzato sugli eroi trionfanti. In tutte queste storie di trionfo, l'eroe deve andare verso l'ignoto, in un territorio inesplorato, affrontare una nuova grande sfida e correre grandi rischi. Lungo il cammino, qualcosa di lui deve morire o essere abbandonato, così che l'eroe possa rinascere e affrontare la sfida. Ciò richiede coraggio, qualcosa di cui raramente si parla in una lezione di psicologia o in un libro di testo. Nella sua recente presa di posizione pubblica per la libertà di parola e contro quelle che io chiamo “parole forzate”, perché implicano un governo che obbliga i cittadini a esprimere alcune opinioni politiche, la posta in gioco era molto alta; aveva molto da perdere e lo sapeva. Eppure, l'ho visto (come ho visto anche Tammy) non solo mostrare coraggio, ma continuare a vivere secondo molte delle regole contenute in questo libro, alcune delle quali possono essere davvero impegnative.
L'ho visto crescere, dalla persona straordinaria che era, per trasformarsi in qualcuno ancora più capace e sicuro, proprio vivendo secondo queste stesse regole. In effetti, è stato il processo di scrittura di questo libro e lo sviluppo di queste regole ad averlo portato a prendere posizione contro le parole forzate. Ed è per questo che, durante quegli eventi, iniziò a pubblicare su internet alcuni dei propri pensieri sulla vita, e anche queste regole. Ora, dopo più di cento milioni di visualizzazioni su YouTube, sappiamo che ha toccato una corda.
Data la nostra avversione per le regole, come spieghiamo il riscontro straordinario incontrato dalle lezioni relative a questo argomento? Nel caso di Jordan sono stati certamente il suo carisma e la rara propensione a difendere un principio a dargli inizialmente un ampio seguito online; le visualizzazioni delle sue prime lezioni su YouTube sono centinaia di migliaia. Ma le persone continuano a seguire ciò che dice perché le sue parole incontrano un bisogno profondo e inespresso. E perché, insieme al nostro desiderio di vivere senza regole, tutti noi siamo alla ricerca di una struttura portante.
I giovani oggi sono affamati di regole, o quantomeno di linee guida, e per una buona ragione. Almeno in Occidente, i millennial stanno vivendo una situazione storica unica. Sono, credo, la prima generazione a cui sono state trasmesse così diffusamente due idee apparentemente contraddittorie sulla moralità - nelle scuole e nelle università - da molti della mia generazione. Questa contraddizione li lascia disorientati e incerti, senza guida e, più tragicamente, privati di ricchezze di cui ignorano l'esistenza.
La prima idea o insegnamento è che la moralità è relativa, o al massimo costituisce un “giudizio di valore” personale. Significa che non esiste giusto e sbagliato in nulla, che la moralità e le regole che le si associano sono una semplice questione di opinione personale o di combinazione, “relative”, per l'appunto, a una particolare situazione, come l'etnia, l'educazione o il momento storico in cui una persona è nata. Non è nient'altro se non incidentale, secondo le nostre condizioni di nascita. Secondo questa argomentazione (oggi un credo), la storia insegna che le religioni, le tribù, le nazioni e i gruppi etnici tendono a essere in disaccordo su questioni fondamentali, come hanno sempre fatto. Oggi la destra postmoderna afferma inoltre che la moralità di un gruppo non è nient'altro che il suo tentativo di esercitare il potere su un altro gruppo. Quindi, la scelta opportuna - una volta che è evidente quanto siano arbitrari i tuoi valori e quelli della tua società - è mostrare tolleranza per le persone che la pensano diversamente e che arrivano da differenti e vari retroterra culturali. L'enfasi sulla tolleranza è talmente importante che, per molti, uno dei peggiori difetti caratteriali che una persona possa avere è quello di essere “giudicante”. E dal momento che non distinguiamo il giusto dall'ingiusto né capiamo ciò che è bene, la scelta più inappropriata che un adulto possa fare è fornire a un giovane un consiglio sulla vita.
E così una generazione è stata cresciuta senza essere educata in quella che un tempo veniva chiamata, giustamente, “saggezza pratica”, che aveva guidato le generazioni precedenti. I millennial, di cui spesso si dice che abbiano ricevuto la migliore istruzione disponibile, hanno in realtà subìto una grave forma di trascuratezza intellettuale e morale. I relativisti della mia generazione e di quella di Jordan, molti dei quali sono diventati professori, hanno scelto di svalutare migliaia di anni di conoscenza umana relativa alle modalità da seguire per acquisire la virtù, liquidandola come sorpassata, non rilevante o addirittura oppressiva. Sono riusciti nel loro intento al punto che la stessa parola virtù sembra obsoleta, e chi la usa appare anacronisticamente moralista e ipocrita.
Lo studio della virtù non corrisponde esattamente allo studio della morale: giusto e sbagliato, bene e male. Aristotele definisce le virtù semplicemente come i comportamenti che più favoriscono la felicità nella vita. Il vizio è il comportamento che meno favorisce la felicità. Aristotele nota che le virtù mirano sempre all'equilibrio ed evitano gli estremi dei vizi. Il filosofo greco studiò le virtù e i vizi nella sua Etica nicomachea. Era un libro basato sull'esperienza e sull'osservazione, non sulle congetture, sul tipo di felicità possibile per gli esseri umani. Coltivare il giudizio sulla differenza tra virtù e vizio è l'inizio della saggezza, qualcosa che non può mai essere sorpassato.
Per contro, il nostro moderno relativismo comincia con l'affermazione secondo cui giudicare come vivere è impossibile, perché non esiste un vero bene né una vera virtù, dal momento che anche questi sono relativi. Quindi, ciò che più si avvicina alla virtù è la tolleranza. Solo la tolleranza contribuirà a creare coesione sociale tra gruppi diversi e ci proteggerà dal farci del male a vicenda. Di conseguenza, su Facebook e su altri social media, una persona segnala la propria cosiddetta virtù dicendo a chiunque quanto sia tollerante, aperta ed empatica, poi aspetta che arrivino i like. Tralasciamo il fatto che dire agli altri che siamo virtuosi non è virtù ma è autopromozione. Dichiarare la propria virtù non è una virtù, anzi: probabilmente, è il nostro vizio più comune.
L'intolleranza nei confronti del punto di vista dell'altro, a prescindere da quanto possa essere ignorante o incoerente, non solo è sbagliata, ma, in un mondo dove non esiste giusto né sbagliato, è segno di quanto una persona sia grossolana, in maniera imbarazzante e forse pericolosa.
Si dà il caso però che molte persone non riescano a tollerare il vuoto - il caos - che è intrinseco alla vita e peggiorato da questo relativismo morale; non riescono a vivere senza una bussola morale, senza un ideale cui tendere nella propria vita. Per i relativisti, anche gli ideali sono valori e, come tutti i valori, sono puramente relativi e difficilmente valgono un sacrificio. Così, proprio accanto al relativismo, troviamo il diffondersi del nichilismo e della disperazione e anche l'opposto del relativismo morale: la cieca sicurezza, offerta dalle ideologie che sostengono di avere una risposta a tutto.
Arriviamo quindi al secondo insegnamento che ha bombardato i millennial. S'iscrivono a una scuola o a una facoltà umanistica, per studiare i libri migliori mai scritti. Ma come materia d'esame non ci sono i libri; assistono invece a veri e propri attacchi ideologici rivolti contro i libri, che si basano su una spaventosa semplificazione. Dove il relativista è pieno di insicurezza, l'ideologo è all'opposto. È ipercritico e censorio, sa sempre che cosa c'è di sbagliato negli altri e come sistemare le cose. A volte sembra che le uniche persone disposte a dare un consiglio in una società relativistica siano quelle con meno da offrire.
Il relativismo morale moderno ha diverse origini. Se studiamo storia, impariamo che a epoche differenti corrispondono diversi codici morali. Se viaggiamo per i mari ed esploriamo il mondo, scopriamo tribù remote di diversi continenti i cui differenti codici morali acquisiscono senso in relazione alle loro culture, o nell'ambito di esse. Anche la scienza ha giocato un ruolo in questo, attaccando la visione religiosa del mondo e quindi minando il terreno religioso su cui si fondano l'etica e le regole. La scienza sociale materialista implica che potremmo suddividere il mondo in fatti, che tutti possono osservare e che sono oggettivi e “reali”, e in valori, che sono soggettivi e personali. Quindi potremmo essere d'accordo sui fatti e, forse, un giorno, sviluppare un codice scientifico di principi etici, che deve ancora arrivare. Inoltre, implicando che i valori siano meno reali dei fatti, la scienza contribuisce in un altro modo al relativismo morale, trattando i valori come aspetti secondari. Ma la convinzione di poter facilmente separare i fatti dai valori era e rimane ingenua; in certa misura, i valori di una persona determinano a che cosa presterà attenzione, e questo conta come un fatto.
L'idea che diverse società abbiano regole e principi morali diversi era nota anche nel mondo antico ed è interessante confrontare la risposta di quel mondo con quella moderna, ossia il relativismo, il nichilismo e l'ideologia. Quando gli antichi greci giunsero, con le loro navi, in India e altrove, scoprirono che le regole, i princìpi morali e i costumi erano diversi da un luogo all'altro, e notarono che, per spiegare che cosa era giusto e che cosa sbagliato, spesso i popoli si basavano su qualche autorità ancestrale. La risposta greca non fu la disperazione ma una nuova invenzione: la filosofia.
Socrate, in risposta all'incertezza che nasceva dalla consapevolezza del conflitto tra i diversi codici morali, decise che, invece di diventare un nichilista, un relativista o un ideologo, avrebbe dedicato la propria vita alla ricerca di quella saggezza che era in grado di riflettere su queste differenze: inventò, cioè, la filosofia. Trascorse l'intera vita ponendosi domande sconcertanti e fondamentali come: “Che cos'è la virtù?” e “Com'è possibile vivere una vita degna e buona?”, “Che cos'è la giustizia?”. Osservò i diversi approcci, chiedendosi quale sembrasse il più coerente e in accordo con la natura umana. Credo che sia il genere di domande che anima questo libro.
La scoperta che persone diverse hanno idee diverse su come vivere praticamente non paralizzò gli antichi, ma approfondì la loro conoscenza dell'umanità e portò ad alcune delle conversazioni più soddisfacenti che gli esseri umani abbiano mai avuto sulle possibili maniere di vivere una vita.
Allo stesso modo, Aristotele, invece di disperarsi per queste differenze nei codici di condotta morale, notò che, sebbene questi fossero diversi da un luogo all'altro, gli esseri umani di ogni luogo ed epoca avevano per natura la stessa inclinazione a stabilire regole e leggi e ad adottare costumi e abitudini. Per metterla in termini moderni, sembra che tutti gli esseri umani siano, per qualche tipo di inclinazione, tanto intrinsecamente interessati alla moralità da creare una struttura normativa ovunque si trovino. L'idea che la vita umana possa essere priva di preoccupazioni morali è una fantasia.
Siamo generatori di regole. E dato che siamo animali morali, quale dev'essere l'effetto del nostro semplicistico relativismo moderno su di noi? Significa che ci azzoppiamo cercando di essere qualcosa che non siamo. È una maschera, ma molto strana, perché, per lo più, inganna chi l'indossa. Prova a rigare, con una chiave, la Mercedes del professore relativista e postmoderno più intelligente e vedrai come cadono in fretta la maschera del relativismo, con la sua pretesa che non esista nulla che sia giusto o sbagliato, e il manto della tolleranza radicale.
Dal momento che non abbiamo ancora un'etica che si basi sulla scienza moderna, Jordan non cerca di sviluppare queste regole partendo da zero, rigettando migliaia di anni di saggezza come mera superstizione e ignorando le nostre maggiori conquiste morali. È molto più utile integrare il meglio di ciò che stiamo imparando adesso con i libri che gli esseri umani hanno ritenuto importante conservare nei secoli e con le storie che sono sopravvissute, contro ogni previsione, alla tendenza all'oblio inesorabilmente legata allo scorrere del tempo.
Egli fa ciò che le guide ragionevoli hanno sempre fatto: non afferma che la saggezza umana inizia con lui ma, invece, si rivolge prima di tutto alle proprie guide. E anche se gli argomenti di questo libro sono seri, Jordan spesso si diverte ad avvicinarli con un tocco leggero, come mostrano i titoli dei capitoli. Non dichiara di voler essere esaustivo e a volte sembra raccontare ad alta voce i propri ragionamenti sulla psicologia umana.
Perché quindi non definirlo un libro di “linee guida”, un termine molto più morbido rispetto a “regole”?
Perché si tratta davvero di regole. E la prima regola è che devi assumerti la responsabilità della tua vita. Punto.
Si potrebbe pensare che una generazione che ha sentito parlare, all'infinito, dagli insegnanti più ideologici, di diritti che le appartengono obietterà se le si dice che sarebbe meglio focalizzarsi invece sull'assumersi le proprie responsabilità. Eppure in questa generazione, di cui fanno parte molte persone che sono cresciute in famiglie ristrette, con genitori iperprotettivi, ci sono milioni di individui che si sentono minacciati da questa svalutazione della loro potenziale resilienza e che hanno accolto il messaggio di Jordan secondo cui ognuno ha la responsabilità definitiva della propria vita e per il quale, se una persona vuole vivere una vita piena, prima di tutto deve mettere in ordine la propria casa e solo dopo potrà mirare in modo sensato ad assumersi responsabilità maggiori. La portata di questa risposta ci commuove spesso fino alle lacrime.
A volte queste regole sono difficili. Richiedono di intraprendere un cammino che, nel tempo, porterà a un nuovo limite. Che necessita, come ho detto, dell'avventura nell'ignoto. Superare i confini del tuo sé attuale ti chiede di scegliere con attenzione e quindi di seguire i tuoi ideali: gli ideali che sono sopra di te, superiori a te, che non hai la sicurezza di riuscire a raggiungere.
Ma se non abbiamo la certezza di riuscire a raggiungere i nostri ideali, perché dovremmo scomodarci per provarci? Perché se non ci provi, è certo che non sentirai mai che la tua vita ha un significato.
E forse perché, per quanto possa suonare inconsueto e strano, nella parte più profonda della nostra psiche, tutti noi vogliamo essere giudicati.
Dottor Norman Doidge
Autore di Il Cervello infinito
Alcuni sostengono erroneamente che Freud (spesso menzionato in queste pagine) abbia contribuito all'attuale desiderio di una cultura, di scuole e di istituzioni che siano “non moralmente giudicanti”. È vero che Freud raccomandava agli psicoanalisti di essere tolleranti, empatici e di non esprimere giudizi moralistici nell'ascoltare i pazienti in terapia. Ma ciò serviva all'esplicito scopo di mettere i pazienti a proprio agio perché potessero essere totalmente onesti e non sminuissero i propri problemi. Ciò incoraggiava l'autoriflessione e permetteva ai pazienti di esplorare sentimenti e desideri solitamente tenuti lontani da sé, e persino impulsi vergognosi e antisociali. Permetteva loro - e questo era il colpo da maestro - anche di scoprire la propria coscienza inconscia, con i suoi giudizi e la stessa aspra autocritica dei propri fallimenti, oltre al senso di colpa inconscio che spesso nascondevano a se stessi ma che in molti casi era alla base della loro bassa autostima, della depressione e dell'ansia. Se non altro, Freud dimostrò che tutti sono più immorali e più morali di quanto ne si abbia consapevolezza. Questo tipo di assenza di giudizio, in terapia, è una tecnica o una strategia potente e liberatoria, un atteggiamento ideale per capire meglio se stessi. Ma Freud non ha mai sostenuto, come fa chi vuole che tutta la cultura diventi un'enorme sessione di terapia di gruppo, che si possa vivere la propria intera vita senza mai giudicare, o in assenza di una moralità. A dire la verità, nel testo Il disagio della civiltà, egli sostiene che la civiltà nasce solo in presenza di regole e moralità.


INTRODUZIONE

Questo libro ha allo stesso tempo una storia breve e una storia lunga. Iniziamo dalla storia breve.
Nel 2012 cominciai a collaborare alla redazione del sito internet Quora. Su quelle pagine chiunque può postare una domanda, di qualsiasi genere, e tutti possono rispondere. Gli utenti danno un voto positivo alle risposte che ritengono valide e un voto negativo alle altre. Così, le risposte più utili sono messe in evidenza, mentre le altre passano in secondo piano. Il sito m'incuriosiva e ne apprezzavo la gratuità. Molte discussioni erano coinvolgenti ed era interessante conoscere il variegato ventaglio di opinioni che la stessa domanda era in grado di suscitare.
Spesso, non appena facevo una pausa o rimandavo il momento in cui avrei cominciato a lavorare, visitavo il sito di Quora in cerca di domande da cui lasciarmi appassionare. M'interrogavo profondamente e alla fine davo una risposta a domande del tipo: “Qual è la differenza tra una persona felice e una soddisfatta?”, “Quali cose migliorano con la maturità?” o “Che cos'è che dà significato alla vita?”.
Dal sito puoi vedere quante persone hanno letto la tua risposta e quanti voti positivi hai ricevuto. Di conseguenza, capisci qual è la tua visibilità e che cosa le persone pensano delle tue idee. Solo una ristretta minoranza di lettori dà un voto positivo. La mia risposta alla domanda: “Che cos'è che dà significato alla vita?”, a cinque anni dalla pubblicazione, era stata letta da un numero relativamente ridotto di persone (quattordicimila visite e centotrentatré voti positivi), mentre dei settemiladuecento utenti che avevano guardato quanto ho scritto in riferimento alla domanda sull'età, trentasei hanno espresso voto positivo. Non proprio un risultato memorabile. Però c'era da aspettarselo. Su siti di questo tipo la maggior parte delle risposte riceve uno scarso riscontro, mentre una piccolissima parte diventa sproporzionatamente popolare.
Poco dopo, risposi a un'altra domanda: “Quali sono le cose più importanti che tutti dovrebbero sapere?”. Scrissi un elenco di regole o massime: alcune serissime, altre ironiche come “Sii grato nonostante la sofferenza”, “Non fare cose che odi”, “Non nasconderti dietro un dito” e così via. Gli utenti di Quora sembrarono gradire la lista, che ottenne molti commenti e condivisioni. Scrivevano commenti come: “Stampo sicuramente la lista per usarla come punto di riferimento. È fenomenale” e “Hai ottenuto il massimo, Quora. Adesso puoi anche chiudere il sito”. Gli studenti dell'Università di Toronto in cui insegno vennero a dirmi quanto l'apprezzavano.
Ad oggi, la mia risposta alla domanda sulle cose più importanti è stata visualizzata da centoventimila persone e votata da duemilatrecento. Solo qualche centinaio delle circa seicentomila domande postate su Quora ha superato la barriera dei duemila voti positivi. Le mie riflessioni, scaturite dai momenti di procrastinazione, avevano toccato un nervo scoperto. La mia risposta aveva raggiunto un gradimento quasi assoluto.
Non pensavo, nel comporre l'elenco di regole per la vita, che avrei raggiunto quel risultato. Mi ero dedicato con molta attenzione alle circa sessanta risposte che avevo pubblicato nei mesi in cui era apparso quel post. Quora, però, fornisce del materiale eccellente per una ricerca di mercato. Gli autori delle risposte sono anonimi: sono disinteressati, nel senso migliore del termine. Le opinioni sono spontanee e imparziali. Perciò ho riflettuto sui risultati e sulle ragioni dell'incredibile successo di quella risposta. Forse, nel momento in cui ho scritto le regole, ho trovato il giusto equilibrio tra il familiare e l'insolito. Magari le persone sono rimaste colpite dal sistema di valori che quelle regole implicano. Forse, semplicemente, alle persone piacciono le liste.
Qualche mese prima avevo ricevuto un'email da un'agente letteraria che mi aveva sentito parlare in una trasmissione radiofonica della CBC intitolata “Just Say No to Happiness” [Felicità? No, grazie]. In quell'intervista avevo criticato l'idea che la felicità fosse l'obiettivo principale della vita. Negli anni avevo letto molti libri sulla storia del ventesimo secolo, che parlavano, in particolare, della Germania nazista e dell'Unione Sovietica. Alexander Solženicyn, il grande storiografo che documentò gli orrori dei gulag, i campi di lavoro sovietici, una volta scrisse che la “patetica ideologia” secondo la quale “gli esseri umani sono nati per essere felici” è un'ideologia che viene “annullata dal primo colpo di randello assestato dal capo del campo di prigionia”.1 In una crisi, l'inevitabile sofferenza che la vita comporta mostra rapidamente quanto sia ridicola l'idea che la felicità sia l'obiettivo dell'individuo. In quella trasmissione radiofonica suggerii, invece, che fosse necessaria una visione meno semplicistica. Notai che questo tipo di visione era continuamente riproposto dalle grandi storie del passato e che riguardava la crescita di quei personaggi che si confrontavano con la sofferenza, piuttosto che con la felicità. Ciò fa parte della lunga storia che precede il libro.
Dal 1985 al 1999 ho lavorato per circa tre ore al giorno all'unico altro libro che abbia mai pubblicato, Maps of Meaning. In quel periodo e negli anni successivi, tenni anche un corso incentrato sugli argomenti del libro, prima ad Harvard e poi all'Università di Toronto. Nel 2013, considerato l'aumento di popolarità di YouTube e il gradimento riscosso da alcuni miei interventi alla TVO, un'emittente televisiva pubblica canadese, decisi di riprendere le lezioni che stavo tenendo all'università e di metterle online. I video richiamarono un pubblico sempre più ampio, superando nell'aprile del 2016 il milione di visualizzazioni. Da allora il numero di accessi è cresciuto moltissimo e attualmente è di diciotto milioni, ma ciò in parte si deve al fatto che sono rimasto invischiato in una controversia politica che ha suscitato un'attenzione straordinaria.
Questa però è un'altra storia, e forse un altro libro.
In una pubblicazione precedente affermavo che i grandi miti e le storie religiose del passato, e in particolare quelli che traevano origine da un'antica tradizione orale, avevano un intento più morale che descrittivo. Di conseguenza, non s'interrogavano su quale fosse la natura del mondo, come farebbe uno scienziato, ma indagavano quale dovesse essere il giusto comportamento negli uomini. Suggerivo che i nostri antenati si raffigurassero il mondo come un palcoscenico - una rappresentazione teatrale - invece che come un luogo formato da entità fisiche. Descrivevo come fossi arrivato a pensare che gli elementi costitutivi del mondo in quanto rappresentazione erano l'ordine e il caos, e non gli oggetti materiali.
L'ordine si presenta quando le persone intorno a noi agiscono in accordo con norme sociali ben recepite e in maniera prevedibile e cooperativa. È il mondo della struttura sociale, del territorio noto e della familiarità. Lo stato di ordine è visto, a livello simbolico e immaginativo, come tipico della mascolinità. È il re saggio e il tiranno, per sempre legati tra loro, perché la società è al tempo stesso struttura e oppressione.
Il caos, invece, si presenta dove, o quando, accade qualcosa di inaspettato. Il caos emerge, banalmente, quando durante una festa in compagnia di persone che pensi di conoscere fai una battuta che crea gelo, silenzio e imbarazzo tra i presenti. Il caos è ciò che emerge catastroficamente quando all'improvviso ti ritrovi senza lavoro o tradito dalla persona che ami. In quanto antitesi all'ordine che simbolicamente è maschile, il caos è legato tradizionalmente all'universo femminile. È il nuovo e l'imprevedibile che all'improvviso emerge nel bel mezzo del familiare e dell'ordinario. È creazione e distruzione, sorgente di cose nuove e destinazione finale, proprio come la natura, in quanto opposta alla cultura, è contemporaneamente nascita e morte.
L'ordine e il caos sono lo yin e lo yang del famoso simbolo taoista: i due serpenti uniti tra loro. L'ordine è il bianco serpente maschile; il caos è la controparte femminile nera. Il punto nero nella zona bianca e il bianco nel nero indicano la possibilità di trasformazione: proprio quando la situazione sembra sicura può profilarsi l'ignoto, inaspettato e travolgente. D'altro canto, proprio quando tutto sembra perduto, un nuovo ordine può sorgere dalla catastrofe e dal caos.
Per i taoisti il significato è da ricercare lungo la linea di contatto della coppia per sempre intrecciata. Camminare lungo quella linea significa percorrere il cammino della vita, la via divina.
Ed è molto più interessante della felicità.
L'agente letteraria di cui ho parlato ascoltò la trasmissione radiofonica in cui affrontavo tali argomenti. E si ritrovò a interrogarsi molto profondamente. M'inviò quindi un'email domandandomi se avessi mai preso in considerazione di scrivere un libro per il grande pubblico. In precedenza avevo cercato di scrivere una versione semplificata di Maps of Meaning, che è molto denso. Ma non ero nello spirito giusto e risultò evidente dal libro che ne venne fuori. Credo che accadesse perché cercavo di scimmiottare me stesso e ciò che avevo scritto in precedenza, invece di camminare sulla linea di confine tra ordine e caos e fare qualcosa di nuovo. Suggerii all'agente di guardare quattro lezioni che avevo registrato per il programma televisivo “Big Ideas” [Grandi idee] e pubblicato sul mio canale YouTube. Pensai che, se l'avesse fatto, avremmo potuto parlare in maniera più puntuale e approfondita degli argomenti da poter inserire in un libro ideato per un pubblico più ampio.
Mi contattò qualche settimana più tardi, dopo aver preso visione delle quattro lezioni e averne parlato con un collega. L'interesse per l'argomento era cresciuto ancora, così come la volontà di portare avanti il progetto. Tutto ciò era promettente e inaspettato. Mi sorprendo sempre quando le persone rispondono positivamente alle mie parole, data la gravità e la particolarità degli argomenti che affronto. Mi stupisce di aver potuto insegnare queste materie, ed essere stato addirittura incoraggiato a farlo, prima a Boston e adesso a Toronto. Ho sempre pensato che, se avessero capito davvero che cosa stavo insegnando, sarebbero andati su tutte le furie. Deciderai da te quanto abbia ragione di preoccuparmi, dopo che avrai letto il libro. L'agente letteraria suggerì che scrivessi una sorta di guida a ciò di cui una persona ha bisogno per “vivere bene”, qualunque cosa questo significhi. Pensai subito alla lista che avevo pubblicato su Quora. Nel frattempo avevo scritto qualche altra riflessione sulle regole. In molti avevano risposto positivamente anche alle nuove idee. Mi sembrò quindi che ci fosse una piacevole corrispondenza tra la lista di Quora e le idee della mia nuova agente. Così le inviai la lista, e le piacque.
Più o meno nello stesso momento, un amico e mio vecchio studente, il romanziere e sceneggiatore Gregg Hurwitz, stava pensando a un nuovo libro che sarebbe diventato il thriller bestseller Orphan X. Anche a lui piacevano quelle regole. Nel libro, Mia, la protagonista femminile, ne seleziona alcune e le trascrive su foglietti che appiccica al frigorifero di volta in volta nei momenti della storia in cui sembrano più appropriate. Ecco un'altra prova a sostegno del fatto che fossero interessanti. Suggerii all'agente che avrei potuto scrivere un breve capitolo per ciascuna regola. Lei fu d'accordo, così stilai una proposta editoriale. Nel momento in cui cominciai a scrivere, i capitoli non si rivelarono per nulla brevi. Su ogni regola avevo da dire molto più di quanto avessi immaginato.
In parte si spiegava con il fatto che, per il mio primo libro, avevo dedicato molto tempo alle ricerche, studiando storia, mitologia, neuroscienze, psicoanalisi, psicologia infantile, poesia e ampi estratti della Bibbia. Lessi e forse riuscii anche a comprendere gran parte del Paradiso perduto di Milton, del Faust di Goethe e dell'Inferno di Dante. Integrai tutte le letture, nel bene e nel male, nel tentativo di risolvere un problema che mi lasciava perplesso: la ragione o le ragioni dello stallo nucleare della Guerra fredda. Non riuscivo a capire perché i sistemi di ideali fossero tanto importanti per l'umanità da portare al rischio di distruggere il Pianeta pur di difenderli. Arrivai alla conclusione che i sistemi di credenze condivisi permettono alle persone di comprendersi a vicenda, andando al di là della sfera delle idee.
Le persone che adottano uno stesso codice sono prevedibili le une per le altre. Agiscono in linea con le aspettative e i desideri dell'altro. Possono cooperare e persino competere pacificamente, perché ognuno sa che cosa aspettarsi dagli altri. Un sistema di credenze condiviso, in parte accettato psicologicamente, in parte agito, semplifica le persone, ai loro stessi occhi e agli occhi degli altri. Le credenze condivise semplificano anche il mondo, perché le persone che sanno cosa aspettarsi dall'altro possono collaborare per tenere il mondo sotto controllo. Forse non c'è nulla di più importante che mantenere l'organizzazione, la semplificazione. Se viene minacciata, la grande nave dello Stato è in balia delle tempeste.
Non è che le persone combattano per ciò in cui credono. Combattono, invece, per mantenere la corrispondenza tra ciò in cui credono, ciò che si aspettano e ciò che desiderano. Combattono per mantenere la corrispondenza tra ciò che si aspettano e il comportamento degli altri. È esattamente il mantenimento di questa corrispondenza a permettere che tutti vivano insieme pacificamente, prevedibilmente e produttivamente. Riduce l'incertezza e la combinazione caotica delle emozioni intollerabili che l'incertezza inevitabilmente produce.
Immagina qualcuno che venga tradito da una persona che ama e di cui si fida. Il sacro contratto sociale stipulato tra i due è stato violato. Gli atti dicono più delle parole, e un atto di tradimento mina quella pace fragile e tanto minuziosamente negoziata su cui si basa ogni relazione di coppia. In seguito a un atto sleale le persone sperimentano emozioni terribili: disgusto, disprezzo per sé e per il traditore, colpa, ansia, rabbia e timore. Il conflitto è inevitabile e porta talvolta a conseguenze mortali. I sistemi di credenze condivisi, insiemi di condotte e aspettative concordate, regolano e controllano tutte le forze potenti. Non c'è da meravigliarsi che le persone combattano per proteggere qualcosa che le salva dal cadere preda di emozioni confuse e del terrore e anche dal degenerare nel conflitto e nella lotta.
Ma c'è di più. Un sistema culturale condiviso stabilizza l'interazione umana ed è anche un sistema di valori, una scala in cui ad alcune cose sono assegnate una priorità e un'importanza che altre non hanno. In assenza di un tale sistema di valori, le persone semplicemente non sono in grado di agire. A dire la verità, non possono nemmeno percepire, perché sia l'azione sia la percezione richiedono un obiettivo, e un obiettivo valido è, per necessità, qualcosa cui attribuiamo valore. Gran parte delle nostre emozioni positive è associata ai nostri obiettivi. Non siamo felici, tecnicamente parlando, se non vediamo un progresso in noi, e la semplice idea di progresso implica l'attribuzione di valori. Ancora peggio è che il significato della vita a cui non viene dato un valore positivo non è neutrale. Dal momento che siamo vulnerabili e mortali, il dolore e l'ansia sono parte integrante dell'esistenza umana. Dobbiamo avere qualcosa da contrapporre alla sofferenza che è intrinseca all'Essere. Ci deve essere un significato intrinseco, collegato a un profondo sistema di valori, se non vogliamo che l'orrore dell'esistenza prenda rapidamente il sopravvento. Il nichilismo ci chiama, con la sua disperazione e la sua angoscia.
Pertanto, senza valori, non c'è significato. I sistemi di valori, però, possono entrare in conflitto. Siamo quindi eternamente sospesi tra la roccia più adamantina e i luoghi più terribili: la perdita di una visione condivisa dal gruppo rende la vita caotica, triste, intollerabile. Una visione condivisa dal gruppo rende però il conflitto con altri gruppi inevitabile. In occidente, stiamo abbandonando le culture incentrate sulla tradizione, sulla religione e perfino sulla nazionalità, in parte per ridurre il pericolo di un conflitto tra gruppi. Ma stiamo cadendo, sempre più, in preda alla disperazione dell'assenza di significato, e non è affatto un miglioramento.
Mentre scrivevo Maps of Meaning, ero motivato anche dalla consapevolezza che non possiamo più permetterci un conflitto, certamente non sulla scala delle conflagrazioni mondiali che hanno caratterizzato il XX secolo. Le nostre tecnologie di distruzione sono diventate troppo potenti. Le potenziali conseguenze di una guerra sono letteralmente apocalittiche. Ma non possiamo nemmeno semplicemente rinunciare ai nostri sistemi di valori, alle nostre convinzioni, alle nostre culture. Per mesi mi sono angustiato su questo problema apparentemente irrisolvibile. C'era una terza via, che non vedevo? In quel periodo, una notte sognai di ritrovarmi sospeso a mezz'aria aggrappato a un lampadario, a diversi piani da terra, proprio sotto la cupola imponente di una cattedrale. Le persone al piano inferiore erano distanti e minuscole. C'era un'enorme distanza tra me e le pareti, e anche rispetto alla cima della cupola.
Ho imparato a prestare attenzione ai sogni, anche per via della mia formazione come psicologo clinico. I sogni fanno luce sui luoghi oscuri in cui la ragione stessa deve ancora viaggiare. Ho studiato un po' anche il cristianesimo (più di altre tradizioni religiose, anche se cerco sempre di colmare le lacune). Come le altre persone, quindi, devo attingere più da ciò che conosco che da ciò che ignoro, e così faccio. Sapevo che le cattedrali erano costruite con pianta a croce, e che quel punto sotto la cupola era il centro della croce. Sapevo che la croce era, al tempo stesso, il punto di maggiore sofferenza, il punto di morte e trasformazione, e il centro simbolico del mondo. Mi sarei voluto trovare da un'altra parte. Poi riuscii a scendere, staccandomi dal cielo simbolico, per tornare a un terreno sicuro, familiare e neutro. Non so come. Quindi, sempre nel sogno, tornai nella mia stanza e nel mio letto e cercai di riconquistare il sonno e la pace dell'incoscienza. Mentre mi rilassavo, tuttavia, sentivo come se il mio corpo venisse trasportato da qualche parte. Un grande vento mi stava dissolvendo, per riportarmi di nuovo alla cattedrale e rimettermi ancora in quel punto centrale. Non c'era via di fuga. Fu un vero incubo. M'imposi di svegliarmi. Le tende dietro di me si muovevano per il vento, fino a coprire i cuscini. Mezzo addormentato, guardai ai piedi del letto e vidi il portale della cattedrale. Mi svegliai completamente e tutto scomparve.
Quel sogno mi aveva portato al centro dell'Essere, dove non c'era via di scampo. Mi ci vollero mesi per capirne il significato. Durante questo periodo, compresi meglio e più a fondo ciò su cui le grandi storie del passato insistono continuamente: al centro c'è l'individuo. Il centro è contrassegnato dalla croce, perché la X segna il punto. La vita al centro della croce è sofferenza e trasformazione, e questo fatto, in particolare, deve essere accettato. È possibile trascendere l'aderenza servile al gruppo e alle sue dottrine e, contemporaneamente, evitare le insidie dell'estremo opposto, il nichilismo. È possibile trovare un significato bastevole nella coscienza e nell'esperienza individuali.
Come era possibile liberare il mondo dal terribile dilemma del conflitto, da un lato, e dalla dissoluzione psicologica e sociale, dall'altro? Ecco la risposta: attraverso l'elevazione e la crescita dell'individuo, e attraverso la volontà di ognuno di portare sulle proprie spalle il fardello dell'Essere e di intraprendere il cammino dell'eroe. Ognuno di noi deve assumersi quanta più responsabilità possibile nella propria vita individuale, nella società e rispetto al mondo. Tutti noi dobbiamo dire la verità, riparare ciò che è in rovina e abbattere e ricreare ciò che è vecchio e obsoleto. Così possiamo e dobbiamo ridurre la sofferenza che avvelena il mondo. È una richiesta impegnativa. È una richiesta di impegno totale. Ma l'alternativa, ovvero l'orrore della fedeltà alle convinzioni imposta dall'autorità, il caos dello Stato al collasso, la tragica catastrofe del mondo naturale senza freni, l'angoscia esistenziale e la debolezza dell'individuo privo di scopo, è chiaramente peggiore.
Ho riflettuto e tenuto conferenze su queste idee per decenni. Ho raccolto un grande corpus di storie e di concetti. Non ho preteso però nemmeno per un istante di essere del tutto corretto o esauriente nel mio pensiero. L'Essere è molto più complesso della conoscenza che una persona può mai raggiungere, e io non conosco tutta la storia. Sto semplicemente offrendo il meglio che posso.
In ogni caso, il risultato di tutta quella ricerca e di quelle riflessioni furono i nuovi saggi che alla fine presero forma in questo libro. La mia idea iniziale era di scrivere un breve saggio su tutte le quaranta risposte che avevo postato su Quora. La proposta fu accettata dalla filiale canadese della casa editrice Penguin Random House. Mentre scrivevo, però, decisi di ridurre il numero dei saggi a venticinque e poi a sedici e, infine, agli attuali dodici. Negli ultimi tre anni mi sono occupato dell'editing del testo, con l'aiuto del mio editor e grazie alle critiche taglienti e orribilmente accurate di Gregg Hurwitz, l'amico scrittore di cui ho parlato prima.
Mi ci è voluto molto tempo per scegliere il titolo: 12 regole per la vita: un antidoto al caos. Perché questo titolo si è imposto su tutti gli altri? Innanzitutto, per la semplicità. Indica chiaramente che le persone hanno bisogno di princìpi per dare un ordine, per non cadere nel caos. Abbiamo bisogno di regole, standard, valori, come individui e come collettività. Siamo animali da soma, bestie da soma. Dobbiamo portare su di noi un carico per giustificare la nostra miserabile esistenza. Abbiamo bisogno di routine e di tradizioni. Questo è ordine. L'ordine può diventare eccessivo e non va bene, ma il caos rischia di sommergerci e farci annegare, e non va altrettanto bene. Abbiamo bisogno di rimanere su un sentiero diritto e stretto. Ognuna delle dodici regole, insieme al saggio che l'accompagna, fornisce quindi una guida per portarci là, sulla linea di confine tra ordine e caos. È lungo quella linea che siamo sufficientemente stabili, esploriamo a sufficienza, trasformiamo a sufficienza, aggiustiamo a sufficienza e cooperiamo a sufficienza. È là che troviamo il significato che giustifica la vita e la sua inevitabile sofferenza. Forse, se vivessimo nella maniera giusta, saremmo in grado di tollerare il peso della nostra stessa autocoscienza. Forse, se vivessimo adeguatamente, potremmo sopportare la consapevolezza della nostra fragilità e mortalità, senza la sensazione di essere vittime sofferenti che sfocia innanzitutto nel risentimento, poi nell'invidia, infine nel desiderio di vendetta e distruzione. Forse, se vivessimo correttamente, non dovremmo rivolgerci alla certezza totalitaria per proteggerci dalla consapevolezza della nostra stessa mancanza e ignoranza. Forse potremmo evitare di arrivare fino all'inferno; e abbiamo visto, nel terribile XX secolo, quanto l'inferno possa essere reale.
Spero che le regole e i saggi di accompagnamento aiutino le persone a capire quello che già sanno: l'anima dell'individuo brama eternamente l'eroismo dell'Essere autentico e la volontà di assumersi questa responsabilità corrisponde alla scelta di vivere una vita ricca di significato.
Se ognuno di noi vivesse nella maniera giusta e appropriata, prospereremmo collettivamente.
I migliori auguri a tutti voi, mentre procedete nella lettura di queste pagine.
Dottor Jordan B. Peterson
Psicologo clinico e professore di psicologia
Il simbolo dello yin e dello yang è la seconda parte del più ampio taijitu, che si compone di cinque aspetti. È un diagramma che rappresenta sia l'originaria unità assoluta sia la sua suddivisione nella molteplicità del mondo fisico. L'argomento è affrontato in dettaglio, più avanti, nella Regola 2, e in altri passi del libro.
Uso il termine “Essere” (con iniziale maiuscola) in parte perché risento delle idee del filosofo tedesco del XX secolo Martin Heidegger. Heidegger cercò di operare una distinzione tra la realtà, concepita oggettivamente e la totalità dell'esperienza umana (ossia l'“Essere”). L'Essere è ciò che ognuno di noi esperisce soggettivamente, personalmente e individualmente, oltre a essere ciò che sperimentiamo nell'incontro con gli altri. In questa prospettiva, include emozioni, motivazioni, sogni, visioni e rivelazioni, oltre ai nostri pensieri e percezioni. L'Essere, infine, è qualcosa che è portato a esistere tramite l'azione: pertanto la sua natura è in conseguenza delle nostre decisioni e delle nostre scelte; prende forma dal nostro ipoteticamente libero arbitrio. L'Essere è 1) non facilmente né direttamente riducibile al materiale e all'oggettivo e 2) qualcosa che sicuramente richiede un proprio termine, che Heidegger per decenni cercò di definire.


REGOLA 1
STAI DIRITTO, CON LE SPALLE BENE INDIETRO
LE ARAGOSTE E IL TERRITORIO

Se sei come la maggior parte delle persone, difficilmente ti capiterà di pensare alle aragoste2 a meno che tu non ne stia gustando una al ristorante. Questi crostacei, interessanti e deliziosi, meritano però una certa considerazione. Hanno un sistema nervoso relativamente semplice, con neuroni - le cellule magiche del cervello - grandi e facilmente osservabili. Grazie a tale caratteristica, gli scienziati sono stati in grado di mappare i circuiti neurali delle aragoste con grande accuratezza. Ciò ci ha aiutato a capire la struttura, la funzionalità cerebrale e il comportamento di animali più complessi, esseri umani compresi. Le aragoste hanno in comune con te più di quanto tu possa pensare.
Le aragoste vivono sul fondo dell'oceano. Hanno bisogno di avere una base proprio laggiù, un territorio entro i cui confini cacciare la preda e rovistare in cerca di bocconi e frammenti commestibili provenienti dal remoto mondo della superficie, da quel caos senza tregua che incombe su di loro. Cercano un posto sicuro, dove la caccia e la raccolta siano proficue. Cercano una casa.
Ciò può costituire un problema, dal momento che ci sono molte aragoste. E se due di loro occupassero lo stesso territorio, in fondo all'oceano, nello stesso momento, ed entrambe decidessero di vivere lì? E se ci fossero centinaia di aragoste che cercano di guadagnarsi da vivere e crescere una famiglia nello stesso affollato tratto di sabbia e detriti?
Anche altri animali hanno lo stesso problema. Quando i passeri arrivano al Nord, in primavera, per esempio, s'impegnano in feroci contese territoriali. Le canzoni che cantano, così pacifiche e gradevoli per le orecchie umane, sono canti di sirena e grida di dominio. Un uccello dalle splendide capacità canore è un piccolo guerriero che proclama la propria sovranità. Prendi lo scricciolo, per esempio: un piccolo e vivace passero insettivoro comune nel Nord America. Uno scricciolo appena arrivato cerca un posto riparato per costruire un nido, al sicuro dal vento e dalla pioggia. Lo vuole vicino al cibo e che sia attraente per le potenziali compagne. Vuole anche persuadere chi compete con lui per quello spazio a mantenere le distanze.
Gli uccelli e il territorio
Quando avevo dieci anni, mio padre e io costruimmo una casa per una famiglia di scriccioli. Sembrava un carro Conestoga, come quelli che percorrevano le praterie americane, e aveva un ingresso anteriore del diametro di un quarto di dollaro. Ciò lo rendeva una buona casa per gli scriccioli, che sono piccoli, e impediva l'ingresso ad altri uccelli più grandi. Anche la mia vicina di casa, maggiore di me, aveva una casetta per gli uccelli, che avevamo costruito ricavandola da un vecchio stivale in gomma. C'era un'apertura abbastanza ampia da consentire l'ingresso di un uccellino delle dimensioni di un pettirosso. La mia vicina non vedeva l'ora che qualche volatile l'abitasse.
Ben presto uno scricciolo scoprì la nostra casetta per uccelli e vi si accomodò. All'inizio della primavera potevamo sentirlo ripetere, più e più volte, il lungo e cantilenante cinguettio. Una volta che ebbe costruito il nido, però, il nostro nuovo inquilino iniziò a trasportare rametti fino al vicino stivale. Lo riempì al punto che nessun altro uccello, grande o piccolo, sarebbe mai potuto entrarci. La nostra vicina non fu contenta di questo attacco preventivo, ma non ci fu nulla da fare al riguardo. “Se lo prendiamo” disse mio padre, “lo ripuliamo e lo rimettiamo sull'albero, lo scricciolo lo riempirà nuovamente di rametti.” Gli scriccioli sono piccoli e carini, ma senza pietà.
L'inverno precedente mi ero rotto una gamba sciando - era la prima volta che scendevo la collina - e avevo ricevuto del denaro da una polizza assicurativa scolastica, pensata per ricompensare i bambini sfortunati e goffi.
Con il premio della polizza acquistai un registratore a cassette, una novità high-tech all'epoca. Mio padre mi suggerì di sedermi sul prato dietro casa, registrare il cinguettio dello scricciolo, riprodurlo e stare a guardare cosa sarebbe successo. Così, uscii nella luce del sole primaverile e registrai alcuni minuti del verso con cui la bestiola che rivendicava furiosamente il proprio territorio. Poi gli feci sentire la sua voce. Quell'uccellino, grande un terzo delle dimensioni di un passero, cominciò a lanciarsi in picchiata su di me e sul mio registratore, su e giù, a pochi centimetri dalle casse. Avevamo assistito spesso a quel tipo di comportamento, anche in assenza dell'apparecchio. C'erano buone probabilità che, se un uccello più grande avesse mai osato posarsi su uno degli alberi vicino alla nostra casetta per gli uccelli, sarebbe stato disarcionato dal trespolo da uno scricciolo kamikaze.
Ora, gli scriccioli e le aragoste sono molto diversi. Le aragoste non volano, non cantano né si posano sugli alberi. Gli scriccioli hanno piume, non rigide corazze. Gli scriccioli non sono in grado di respirare sott'acqua e raramente vengono serviti al ristorante accompagnati da burro. Le due specie hanno, però, anche somiglianze importanti. Per esempio, entrambe sono ossessionate dallo status e dalla posizione sociale, come molti animali di grandi dimensioni. Lo zoologo norvegese e studioso di psicologia comparata Thorleif Schjelderup-Ebbe osservò che anche i comuni polli da cortile stabiliscono un “ordine di dominanza”.3
L'individuazione dei ruoli sociali nel mondo dei polli ha implicazioni importanti per la sopravvivenza di ogni singolo esemplare, in particolare in tempi di carestia. Gli individui che hanno sempre accesso prioritario al cibo che viene gettato nel cortile al mattino sono i polli VIP. Dopo di loro arrivano le riserve, poi i parassiti sociali e infine i falliti. Quindi è il turno dei polli da strapazzo e così via, fino ai disgraziati, sporchi, mezzi spiumati e pieni di beccate, che occupano lo strato più basso e intoccabile nella gerarchia avicola.
I polli, come gli abitanti delle periferie, vivono in comunità. I passeri, come gli scriccioli, non lo fanno, ma adottano un'organizzazione gerarchica. Se ampliano il loro territorio, gli esemplari più astuti, più forti, più sani e più fortunati occupano il territorio principale e lo difendono. Per questo motivo è più facile che attraggano compagne valide e generino pulcini destinati a sopravvivere e prosperare. La protezione dal vento, dalla pioggia e dai predatori, oltre a un facile accesso a cibo di qualità superiore, rende l'esistenza molto meno stressante. Il territorio è importante e i diritti territoriali corrispondono allo status sociale. Spesso è una questione di vita o di morte.
Se una malattia aviaria contagiosa colpisce una popolazione di passeri organizzati secondo stratificazione sociale, sono gli esemplari più subordinati, affaticati e che occupano i gradini più bassi ad avere maggiori probabilità di ammalarsi e morire.4 Ed è altrettanto vero per le popolazioni umane, quando si diffondono i virus dell'influenza aviaria e altre malattie. I poveri e le persone più stressate muoiono sempre per primi e in numero maggiore. Sono anche molto più soggetti alle malattie non infettive, come cancro, diabete e disturbi cardiaci. Quando l'aristocrazia prende il raffreddore, come si dice, la classe operaia muore di polmonite.
Dal momento che il territorio è importante e i posti buoni sono sempre scarsi, la sua conquista porta a conflitti tra gli animali. Il conflitto, a propria volta, genera un altro problema: come vincere o perdere senza che le parti in competizione paghino un costo eccessivo. L'ultimo punto è particolarmente importante. Immagina che due uccelli si trovino in conflitto per una zona di nidificazione che entrambi desiderano. L'interazione può facilmente degenerare in aperto scontro fisico. In simili circostanze, uno dei due, di solito il più grande, alla fine vincerà, ma anche il vincitore potrebbe rimanere ferito nel combattimento. Ciò significa che un terzo uccello, che ha assistito astutamente al combattimento senza rimanerne ferito, può entrare opportunisticamente nella lotta e sconfiggere il vincitore ormai in difficoltà. Non è di certo un buon affare per i primi due.
Il conflitto e il territorio
Nel corso dei millenni, gli animali costretti a condividere il loro territorio con altri individui hanno quindi imparato molti trucchi per stabilire il proprio dominio e per limitare al contempo i danni. Un lupo sconfitto, per esempio, rotolerà sulla schiena, esponendo la gola al vincitore, che non si degnerà di dilaniarla. Il lupo ora dominante può ancora aver bisogno di un compagno di caccia, persino di uno patetico come il nemico sconfitto. Le pogone, lucertole con una notevole organizzazione sociale, agitano pacificamente le zampe anteriori per indicare il loro desiderio di armonia sociale. I delfini producono impulsi sonori specifici durante la caccia e in altri momenti di grande eccitazione, per ridurre il potenziale conflitto tra i membri dominanti e quelli subordinati del gruppo. Questo comportamento è endemico nella comunità globale dei viventi.
Le aragoste che scorrazzano sul fondo dell'oceano non fanno eccezione.5 Se ne catturi qualche decina e le trasporti altrove, puoi osservare i loro rituali e le loro tecniche di acquisizione dello status sociale. Ogni aragosta inizierà a esplorare il nuovo territorio, in parte per mapparne i dettagli e in parte per trovare un buon riparo. Le aragoste imparano molto sul luogo in cui vivono e ricordano ciò che imparano. Se ne spaventi una che è in prossimità della tana, tornerà rapidamente indietro e si nasconderà lì. Se la spaventi quando si trova a una certa distanza, tuttavia, immediatamente sfreccerà verso il rifugio migliore presente nelle vicinanze, che in precedenza aveva individuato e ora ricorda.
Un'aragosta ha bisogno di un nascondiglio sicuro dove riposare al sicuro dai predatori e dalle forze della natura, specie durante la crescita quando, durante la muta, si libera della corazza, restando vulnerabile per lunghi periodi di tempo. Una tana sotto una roccia può rappresentare una buona casa, in particolare se si trova in prossimità di conchiglie e altri detriti che potrà trascinare per coprire l'ingresso una volta che si sarà comodamente posizionata all'interno. È possibile, però, che ci sia solo un ristretto numero di rifugi o di nascondigli di buona qualità in ogni nuovo territorio. Sono scarsi e preziosi. Le altre aragoste ne sono sempre in cerca.
Ciò significa che questi crostacei s'incontrano spesso mentre sono in esplorazione. I ricercatori hanno dimostrato che anche un'aragosta cresciuta in isolamento sa cosa fare quando accade qualcosa del genere.6 Assume comportamenti difensivi e aggressivi complessi che sono registrati nel suo sistema nervoso. Comincia a danzare intorno al nemico come un pugile, aprendo e sollevando le chele, spostandosi all'indietro e poi in avanti e da un lato all'altro, imitando le mosse dell'avversario, sempre agitando le tenaglie aperte. Allo stesso tempo, dalla zona sotto gli occhi emette zampilli di liquido verso l'antagonista. Il liquido contiene un mix di sostanze chimiche che indicano all'altra aragosta quali sono le dimensioni, il sesso, la salute e l'umore del nemico.
A volte un'aragosta può capire immediatamente, dalle dimensioni delle chele, di essere molto più piccola del proprio avversario, allora si ritira senza combattere. Le informazioni chimiche scambiate attraverso il liquido possono avere lo stesso effetto e convincere un'aragosta meno in forma o meno aggressiva a ritirarsi. È il Livello 1 di risoluzione delle controversie.7 Se le due aragoste sono molto simili per dimensioni e capacità apparenti, però, oppure se lo scambio di liquidi non ha fornito sufficienti informazioni, procedono al Livello 2 dell'iter di risoluzione delle controversie. Con le antenne che si muovono all'impazzata e le chele piegate verso il basso, una avanza e l'altra retrocede e viceversa. Dopo un po', la più nervosa delle aragoste può ritenere che continuare non sia nel proprio interesse. Scuote di riflesso la coda, guizza all'indietro e sparisce, per tentare la fortuna altrove. Se nessuna delle due si allontana, però, le aragoste raggiungono il Livello 3, che implica un vero e proprio combattimento.
Adesso le aragoste, infuriate, si avvicinano l'una all'altra con atteggiamento aggressivo e con le chele protese, pronte a combattere. Ognuna cerca di ribaltare l'altra sulla schiena. Un'aragosta ribaltata è consapevole che l'avversario è in grado di infliggerle gravi danni. Generalmente si arrende e se ne va, nutrendo in sé un intenso risentimento e continuando poi a malignare alle spalle del vincitore. Se nessuna delle due riesce a capovolgere l'altra o nessuna si arrende, si arriva al Livello 4. A questo punto i due esemplari affrontano un rischio estremo: una o entrambe le aragoste possono uscire dal combattimento ferite, forse letalmente.
I due crostacei procedono l'uno verso l'altro, a velocità crescente. Le loro chele sono aperte, per afferrare una zampa, un'antenna, un bulbo oculare o qualsiasi altra cosa esposta e vulnerabile. Una volta che una parte del corpo è stata afferrata con successo, l'assalitore dà un colpo di coda all'indietro, bruscamente, sempre stringendo la preda con la chela, cercando così di strapparle via l'arto. Le controversie che degenerano fino a questo livello tipicamente si concludono con una netta vittoria di una delle due parti. È improbabile che il perdente sopravviva, in particolare se rimane nel territorio occupato dal vincitore, colui che ora è un nemico mortale.
All'indomani di una battaglia persa, a prescindere dall'aggressività mostrata in combattimento, l'aragosta è refrattaria a ingaggiare un nuovo combattimento, anche contro un qualsiasi altro avversario che in precedenza era riuscita a sconfiggere. Un contendente sconfitto perde fiducia, a volte per giorni. Altre volte la sconfitta può avere conseguenze ancora più gravi. Se un'aragosta dominante è sconfitta, il suo cervello in pratica si resetta. Sviluppa allora un nuovo cervello da individuo subordinato, più adatto alla nuova e modesta posizione sociale.8 Semplicemente, il cervello originario non è sofisticato al punto da gestire il passaggio da re a schiavo senza resettarsi ed essere reimpostato. Chiunque abbia sperimentato una trasformazione dolorosa conseguente a una grave delusione sentimentale o lavorativa può sentire una certa affinità con il crostaceo che un tempo aveva una posizione di successo.
La neurochimica della sconfitta e della vittoria
La chimica del cervello di un'aragosta perdente differisce in maniera significativa da quella di un'aragosta vincente. Ciò si riflette nelle loro relative posture corporee. Se un'aragosta è sicura di sé o sottomessa dipende dal rapporto tra due sostanze chimiche che modulano la comunicazione tra i neuroni dell'aragosta: la serotonina e l'octopamina. La vittoria modifica le loro proporzioni, rendendo la prima predominante sulla seconda.
Un'aragosta con elevati livelli di serotonina e bassi livelli di octopamina è arrogante e impetuosa, e ci sono pochissime probabilità che si tiri indietro se sfidata. Ciò accade perché la serotonina aiuta a regolare l'estensione e la flessione posturale. Un'aragosta in grado di estendersi protende le proprie appendici per sembrare alta e pericolosa, come Clint Eastwood in uno Spaghetti Western. Se un'aragosta che ha appena perso una battaglia è esposta alla serotonina, si allunga, avanza anche verso i precedenti vincitori e combatte più a lungo e con maggior resistenza.9 I farmaci prescritti agli esseri umani che soffrono di depressione sono inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina e hanno praticamente lo stesso effetto chimico e comportamentale. In una delle più impressionanti dimostrazioni della continuità evolutiva della vita sulla Terra, il Prozac mette di buon umore persino le aragoste.10
Livelli elevati di serotonina e bassi di octopamina sono caratteristici del vincitore. La configurazione neurochimica opposta è invece caratteristica di un'aragosta dall'aspetto perdente, risentita, debole, che si aggira furtiva, bighellona agli angoli delle strade e svanisce al primo accenno di problema. La serotonina e l'octopamina regolano inoltre il riflesso del colpo di coda, che serve a spingere rapidamente un'aragosta all'indietro in caso di necessità di fuga. Per innescare il riflesso in un'aragosta sconfitta, è sufficiente la minima provocazione. Possiamo ritrovare una reazione simile nel riflesso di trasalimento accentuato, caratteristico dei bambini-soldato o dei bambini maltrattati che soffrono di disturbo da stress post traumatico.
Il principio della distribuzione diseguale
Quando un'aragosta sconfitta ritrova il coraggio e osa lottare di nuovo, è più probabile che perda di nuovo di quanto non sia possibile prevedere, statisticamente, osservando le battaglie precedenti. L'avversario vittorioso, d'altra parte, ha maggiori probabilità di vincere ancora. È la legge del “chi vince prende tutto” del mondo delle aragoste, analoga a quella che vige nel mondo umano, dove l'1 per cento più ricco possiede quanto il 50 per cento più povero11 e dove le ottantacinque persone più benestanti hanno la stessa quantità di ricchezza dei tre miliardi e mezzo di persone più povere messe insieme.
Lo stesso crudele principio di distribuzione iniqua si applica al di fuori dell'ambito finanziario, anzi, ovunque sia necessaria una produzione creativa. La maggior parte delle pubblicazioni scientifiche è curata da un gruppo molto ristretto di scienziati. Una piccola percentuale di musicisti produce quasi tutta la musica commerciale registrata. Una manciata di autori scrive i libri più venduti. Ogni anno, negli Stati Uniti, si vende un milione e mezzo di titoli diversi. Di questo gran numero di titoli, però, solo cinquecento vendono più di centomila copie.12 Analogamente, solo quattro compositori classici (Bach, Beethoven, Mozart e Ciajkovskij) hanno scritto quasi tutta la musica che viene suonata oggi dalle orchestre moderne. La produzione di Bach, in particolare, è tanto prolifica che ci vorrebbero decenni di lavoro per trascriverne a mano le partiture. Solo un ristretto numero delle sue opere, però, è comunemente eseguito. Lo stesso vale per la produzione degli altri tre compositori dominanti. Quindi, solo una piccola parte della musica composta da una piccola parte di tutti i compositori classici di ogni tempo costituisce quasi tutta la musica classica che il mondo conosce e ama.
Il principio è talvolta noto come Equazione di Price, dal nome di Derek J. de Solla Price,13 il ricercatore che ha proposto un'applicabilità scientifica del teorema. Può essere rappresentato con un grafico che approssimativamente ha una forma a L, sul cui asse verticale indichiamo il numero delle persone e sull'asse orizzontale la loro produttività o le loro risorse. Il principio di base era stato scoperto molto prima. All'inizio del XX secolo, Vilfredo Pareto, ingegnere ed economista italiano, notò che il principio era applicabile alla distribuzione della ricchezza e che sembrava valido per ogni società studiata fino a quel momento, a prescindere dalla forma di governo. Si applica anche alla popolazione delle città (in pochi centri urbani si concentra la quasi totalità delle persone), alla massa dei corpi celesti (un numero molto piccolo accumula tutta la materia) e alla frequenza delle parole in una lingua (il 90 per cento della comunicazione avviene usando solo cinquecento parole), solo per citare qualche esempio. A volte è noto come Effetto San Matteo (da Matteo 25,29), che prende il nome da quella che potrebbe essere la più dura affermazione mai attribuita a Cristo: “Poiché a chiunque ha, sarà dato tanto che possederà in abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”.
E possiamo veramente definirci figli di Dio se le massime che ci riguardano si applicano anche ai crostacei.
Ma torniamo agli irascibili crostacei: non passa molto tempo prima che le aragoste, dopo essersi confrontate a vicenda, capiscano chi possono infastidire e da chi tenersi alla larga. Una volta stabilito, la gerarchia che ne risulta è estremamente stabile. Dopo il combattimento, il vincitore può limitarsi a scuotere le antenne minacciosamente, e chi in precedenza si è scontrato con lui si dileguerà in una nuvola di sabbia davanti ai suoi occhi. Un'aragosta più debole smetterà di cercare lo scontro, accetterà il suo umile status e manterrà un atteggiamento sottomesso. L'aragosta dominante, al contrario, occuperà la tana migliore, si riposerà a dovere, consumerà ottimi pasti, e così ostenterà il proprio dominio sul territorio, tirando fuori dai loro rifugi, durante la notte, le aragoste subordinate, solo per ricordare loro chi comanda.
Tutte le ragazze
Le aragoste femmine, che combattono anch'esse duramente per il territorio durante il periodo della maternità,14 individuano rapidamente il maschio alfa e sono subito attratte in modo irresistibile da lui. A mio parere è una strategia brillante, messa in atto dalle femmine di molte altre specie, umane comprese. Invece di impegnarsi nel difficile compito di identificare il maschio migliore, le femmine appaltano il problema. Lasciano che i maschi combattano tra loro per decidere chi è il più forte e spoglino gli avversari della loro corazza, dalla testa alla coda. È molto più di quello che succede con i prezzi del mercato azionario, in cui il valore di ogni particolare impresa è determinato dalla concorrenza.
Quando le femmine sono pronte a lasciar cadere la loro corazza e ad ammorbidirsi un po', s'interessano all'accoppiamento. Cominciano a gironzolare attorno alla tana del maschio di aragosta dominante, spruzzando odori afrodisiaci verso di lui, cercando di sedurlo e attrarlo. L'aggressività l'ha reso un esemplare di successo, quindi è probabile che reagisca in modo dominante. Inoltre, è grande, sano e potente. Non è un compito facile spostarne l'attenzione dai combattimenti all'accoppiamento. Se affascinato, però, il maschio si dirige verso la femmina. È l'equivalente, nel mondo delle aragoste, di Cinquanta sfumature di grigio, il celebre best seller, e di La bella e la bestia, l'eterna storia d'amore archetipica. Questo modello comportamentale è rappresentato di continuo nelle fantasie letterarie, che sono tanto popolari tra le donne così come le immagini provocanti lo sono tra gli uomini.
Va sottolineato, però, che la sola forza fisica è una base insufficiente su cui fondare un predominio durevole, come il primatologo olandese Frans de Waal15 si è preso la briga di dimostrare. Tra i gruppi di scimpanzé che ha studiato, i maschi che hanno avuto successo sul lungo termine hanno dovuto integrare le loro capacità fisiche con doti più sofisticate. Anche il più brutale despota degli scimpanzé può essere abbattuto, in fin dei conti, da due avversari, meno forti e determinati di lui. Di conseguenza, i maschi che rimangono al vertice dell'organizzazione più a lungo sono quelli che formano alleanze con i loro compagni di status inferiore e che prestano attenzione alle femmine del gruppo e ai loro figli piccoli. Lo stratagemma che usano i politici quando baciano qualche bambino davanti alle telecamere è vecchio di milioni di anni. Ma le aragoste sono ancora relativamente primitive, quindi la trama de La bella e la bestia è sufficiente per spiegare i loro comportamenti.
Una volta che la bestia è stata sedotta con successo, l'aragosta femmina che è riuscita nell'impresa si spoglierà, togliendosi la corazza e rendendosi pericolosamente morbida, vulnerabile e pronta ad accoppiarsi. Al momento giusto il maschio, ora trasformatosi in un amante attento, deposita un pacchetto di spermatozoi nel ricettacolo appropriato. In seguito, la femmina si blocca e si irrigidisce per un paio di settimane (un altro fenomeno non del tutto estraneo agli esseri umani). Al momento opportuno, la femmina torna alla tana, carica di uova fecondate. A questo punto un'altra femmina tenterà la stessa impresa, e così via. Il maschio dominante, con la postura eretta e sicura, non solo ottiene la tana migliore e l'accesso più facile ai terreni di caccia. Ha anche tutte le ragazze a sua disposizione. Il raggiungimento del successo ti dà risultati esponenziali, se sei un'aragosta maschio.
Perché tutto questo è importante? Per una quantità incredibile di ragioni, a parte il fatto che è divertente. In primo luogo, sappiamo che le aragoste esistono, in una forma o nell'altra, da più di Trecentocinquanta milioni di anni.16 È un tempo molto lungo. Sessantacinque milioni di anni fa c'erano ancora alcuni dinosauri. Per noi, è un passato tanto lontano da risultare inimmaginabile. Per le aragoste, tuttavia, i dinosauri erano i “nuovi ricchi”, apparsi e scomparsi nel flusso di un tempo quasi eterno. Ciò significa che le gerarchie di dominio sono una caratteristica essenzialmente permanente dell'ambiente, cui si è adattata tutta la vita complessa. Trecentocinquanta milioni di anni fa, i cervelli e i sistemi nervosi erano relativamente semplici. Ciononostante, possedevano già la struttura e la neurochimica necessarie per elaborare le informazioni sullo status e sulla società. L'importanza di ciò non può essere sottovalutata.
La natura della natura
È un'evidenza della biologia che l'evoluzione sia conservativa. Quando qualcosa si evolve, deve comunque basarsi su ciò che la natura ha già prodotto. Si aggiungono nuove funzionalità e quelle vecchie possono subire alcune modifiche, ma la maggior parte delle caratteristiche rimane inalterata. Proprio per questa ragione le ali dei pipistrelli, le mani degli esseri umani e le pinne delle balene appaiono sorprendentemente simili a livello di impianto scheletrico. Hanno persino lo stesso numero di ossa. L'evoluzione ha posto i capisaldi della fisiologia di base, molto tempo fa.
Ora, l'evoluzione funziona, in gran parte, attraverso la variazione e la selezione naturale. La variazione può avere diverse cause, tra cui il mescolamento dei geni, per dirla con parole semplici, e la mutazione casuale. All'interno di una specie, gli individui differiscono gli uni dagli altri per questi motivi. La natura, nel tempo, li seleziona. La teoria, come detto, sembra spiegare la continua alterazione delle forme di vita nel corso dei millenni. Ma un'altra domanda è in agguato sotto la superficie: che cos'è esattamente la “natura”, nella “selezione naturale”? Che cosa s'intende esattamente per “ambiente”, al quale gli animali si adattano? Facciamo molte supposizioni sulla natura e sull'ambiente, che implicano alcune conseguenze. Mark Twain una volta disse: “Non sono le cose che non sai a metterti nei guai ma quelle che dai per certo.”
Primo. È facile supporre che la natura sia qualcosa dotato di una sua essenza definita, qualcosa di statico. Ma non è così: almeno non è così semplice. È statica e dinamica allo stesso tempo. L'ambiente, ovvero la natura che seleziona, si trasforma anch'esso. I famosi simboli taoisti dello yin e dello yang incarnano magnificamente questo concetto. L'Essere, che per i taoisti è la realtà, è composto da due principi opposti, spesso indicati come femminile e maschile o, in alcuni casi, come femmina e maschio. È più facile, però, comprendere lo yin e lo yang se li intendiamo come caos e ordine. Il simbolo taoista è un cerchio che racchiude due serpenti gemelli, con testa e coda unite. Il serpente nero, il caos, ha un punto bianco al centro del capo. Il serpente bianco, l'ordine, ha un punto nero. Il caos e l'ordine sono, infatti, intercambiabili, oltre che eternamente giustapposti. Non c'è nulla di così certo da non poter cambiare. Anche il sole stesso ha cicli di instabilità. Similmente, non c'è nulla di tanto mutevole da non poter essere sistemato. Ogni rivoluzione produce un nuovo ordine. Ogni morte è, contemporaneamente, una metamorfosi.
Considerare la natura come puramente statica produce gravi errori di comprensione. La natura seleziona. L'idea di selezione contiene implicitamente, annidata dentro di sé, l'idea di adattamento. È l'adattamento a essere selezionato. L'adattamento corrisponde, più o meno, alla probabilità che un dato organismo affiderà al mondo la propria progenie, alla capacità di propagare i suoi geni nel tempo. Indica quindi la corrispondenza tra la caratteristica dell'organismo e la domanda ambientale. Se la domanda è concepita come statica, se cioè la natura è concepita come eterna e immutabile, allora l'evoluzione è una serie infinita di miglioramenti lineari, e l'adattamento è qualcosa cui ci si può avvicinare sempre più nel tempo. L'idea vittoriana, che riscuote ancora consensi, del progresso evolutivo, al cui apice si trova l'uomo, è una conseguenza parziale di un simile modello di natura. E genera l'errata convinzione che nella selezione naturale esista un obiettivo, relativo all'adattamento ambientale, che può essere considerato come un dato di fatto.
Ma la natura, l'agente che seleziona, non è un selettore statico, almeno non in senso stretto. La natura si veste in maniera diversa in ogni occasione. La natura varia come una partitura musicale e ciò spiega, in parte, perché la musica sia in grado di provocare una pur lontana intuizione di un senso generale. Quando l'ambiente che favorisce una specie si trasforma e cambia, anche le caratteristiche che rendono un certo individuo adatto alla sopravvivenza e alla riproduzione si trasformano e cambiano. Quindi, la teoria della selezione naturale non sostiene che le creature corrispondano sempre più precisamente a un modello specifico proposto dal mondo, ma piuttosto che siano impegnate in una danza con la natura, anche se questa porta alla morte. “Nel mio regno” come dice la Regina di Cuori in Alice nel Paese delle Meraviglie, “devi correre più che puoi per restare nello stesso posto”. Chi rimane immobile non può trionfare, a prescindere da quanto sia forte.
La natura, però, non è nemmeno semplicemente dinamica. Alcune cose cambiano rapidamente, ma sono inserite all'interno di altre che si modificano meno velocemente; la musica spesso riproduce anche questa caratteristica. Le foglie cambiano più rapidamente degli alberi e gli alberi cambiano più rapidamente dei boschi. Il tempo cambia più velocemente del clima. Se non fosse così, allora il conservatorismo dell'evoluzione non funzionerebbe, perché la morfologia di base delle braccia e delle mani si modificherebbe tanto velocemente quanto la lunghezza delle ossa del braccio e la funzionalità delle dita. È il caos, nell'ordine, nel caos, nell'ordine più elevato. L'ordine più reale è quello più immutabile e non necessariamente quello più facilmente visibile. La foglia, se osservata, potrebbe oscurare all'osservatore la vista dell'albero. L'albero può oscurare la vista della foresta. E alcuni aspetti più reali, come la sempre presente gerarchia di dominanza, possono non essere “notati” per nulla.
È un errore anche concepire la natura secondo una prospettiva romantica. I ricchi e moderni abitanti delle città, circondati da cemento caldo e rovente, immaginano che l'ambiente sia qualcosa di incontaminato e paradisiaco, come un paesaggio impressionista francese. Gli attivisti dell'ecologia, ancor più idealisti nella loro prospettiva, immaginano la natura armoniosamente in equilibrio e perfetta, esente dalle perturbazioni e dalle depredazioni dell'umanità. Sfortunatamente, l'ambiente è anche elefantiasi e vermi di Guinea (meglio non approfondire), zanzare anofele e malaria, AIDS e peste nera, siccità che causa carestie. Noi non fantastichiamo sulla bellezza di questi aspetti della natura, sebbene siano reali tanto quanto le controparti paradisiache. È proprio per via di questi aspetti, naturalmente, che tentiamo di modificare l'ambiente circostante, di proteggere i nostri figli, costruire città e sistemi di trasporto, coltivare cibo e generare energia. Se Madre Natura non fosse così impetuosa nel distruggerci, sarebbe più facile per noi vivere in semplice armonia con i suoi dettami.
E ciò ci porta a un terzo concetto erroneo: che la natura sia qualcosa di nettamente distinto dai costrutti culturali che sono emersi al suo interno. L'ordine interno al caos e l'ordine dell'Essere sono tanto più naturali quanto più sono duraturi. Questo accade perché la natura è l'agente che seleziona, e più a lungo una caratteristica dura nel tempo, più tempo è stato necessario per selezionarla e per dare forma alla vita. Non importa se quella caratteristica sia fisica e biologica, o sociale e culturale. Tutto ciò che conta, da una prospettiva darwiniana, è che la permanenza e la gerarchia di dominanza, anche in ambito sociale o culturale, vantino un'esistenza di almeno mezzo miliardo di anni. Se è permanente, è reale. La gerarchia di dominanza non è il capitalismo. Non è nemmeno comunismo, del resto. Non è il complesso militare-industriale. Non è il patriarcato, quel costrutto culturale usa e getta, malleabile e arbitrario. Non è nemmeno una creazione umana; non nel senso più profondo. È invece un aspetto quasi eterno dell'ambiente, e gran parte di ciò che viene criticato di queste manifestazioni più effimere è una conseguenza della sua esistenza immutabile. Noi, intendo il “noi” che esiste fin dal principio della vita, abbiamo vissuto all'interno di una gerarchia di dominanza per molto, molto tempo. Lottavamo per conquistare uno status anche prima che avessimo pelle, mani, polmoni o ossa. Pochissime cose sono più naturali della cultura. Le gerarchie di dominanza sono più antiche degli alberi.
La parte del cervello che tiene traccia della nostra posizione nella gerarchia di dominanza è quindi eccezionalmente atavica ed essenziale.17 È un sistema di controllo primario, che modula le nostre percezioni, i valori, le emozioni, i pensieri e le azioni. Ha un fortissimo impatto su ogni aspetto del nostro essere, conscio e inconscio. Perciò, quando siamo sconfitti, agiamo in maniera molto simile alle aragoste che hanno perso un combattimento. La nostra postura cede. Camminiamo guardando a terra. Ci sentiamo minacciati, feriti, ansiosi e deboli. Se le cose non migliorano, subentra la depressione cronica. In simili condizioni, non possiamo sostenere agevolmente il tipo di lotta che la vita richiede e diventiamo facili bersagli per i bulli dalla corazza più dura. E non sono solo le somiglianze comportamentali ed esperienziali a colpire. Gran parte della neurochimica di base è la stessa.
Prendiamo in esame la serotonina, la sostanza chimica che regola la postura e la risposta di fuga nell'aragosta. Le aragoste che occupano i gradini inferiori della scala sociale producono livelli relativamente bassi di serotonina. Vale anche per gli esseri umani di più umile condizione e i livelli già modesti si abbassano sempre più, a ogni sconfitta. Livelli bassi di serotonina corrispondono a una perdita della fiducia in se stessi. Portano anche a una migliore risposta di stress e a investire più risorse per tenersi pronti ad affrontare l'emergenza, in un costante stato di allerta: infatti, può accadere qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, se si occupano i gradini inferiori della gerarchia di dominanza, e raramente è qualcosa di buono. Livelli bassi di serotonina significano meno felicità, più dolore e ansia, più malattie e una vita più breve, tra gli umani proprio come tra i crostacei. Gli strati più elevati nella gerarchia di dominanza e i livelli più alti di serotonina tipici di chi occupa questi strati corrispondono a meno malattie, a miseria e a morte, anche se si mantengono costanti fattori come il reddito assoluto. L'importanza di ciò non può essere sottovalutata.
Le stelle e le stalle
Nel profondo di te, alla base del tuo cervello, molto al di sotto dei pensieri e dei sentimenti, esiste un sistema estremamente primordiale che monitora con esattezza la posizione che occupi nella società. Se sei un numero uno e occupi la posizione più elevata, hai un successo travolgente. Nel caso tu sia un maschio, hai accesso preferenziale ai migliori posti in cui vivere e al cibo di qualità più elevata. Gli altri competono tra loro per farti favori. Hai illimitate opportunità di incontri romantici e sessuali. Sei un'aragosta di successo, le femmine più desiderabili si mettono in fila e gareggiano per ottenere la tua attenzione.18
Se invece sei femmina, hai a disposizione molti pretendenti di valore: alti, forti e armonici; creativi, affidabili, onesti e generosi. E, come la tua controparte maschile dominante, competerai ferocemente, anche senza pietà, per mantenere o per migliorare la tua posizione nell'altrettanto competitiva gerarchia dell'accoppiamento femminile. Probabilmente non ti servirai della forza fisica perché hai molti trucchi e strategie verbali efficaci a disposizione, tra cui il disprezzo degli avversari, di cui forse sei un'esperta.
Se occupi una tra le posizioni inferiori, al contrario, non puoi aspirare a un bel posto in cui vivere, che tu sia maschio o femmina. Il cibo di cui ti nutri, quando non soffri la fame, è terribile. Sei in cattive condizioni fisiche e mentali. Dal punto di vista sentimentale, rivesti scarso interesse per chiunque, a meno che questo non sia disperato come te. Hai più probabilità di ammalarti, invecchiare rapidamente e morire giovane: e saranno in pochi, se non nessuno, a piangerti.19 Persino il denaro stesso potrebbe rivelarsi poco utile. Non sapresti come utilizzarlo, perché è difficile usare il denaro correttamente, in particolare se non lo conosci. Il denaro ti renderà soggetto alle pericolose tentazioni delle droghe e dell'alcol, che risultano molto più gratificanti se non provi piacere da molto tempo a questa parte. Il denaro ti renderà inoltre un bersaglio per predatori e psicopatici, che prosperano sfruttando le persone che vivono nei ranghi più bassi della società. Il fondo della gerarchia di dominanza è un posto terribile e pericoloso.
La parte atavica del tuo cervello, che è specializzata nel valutare il potere e il dominio, osserva come sei trattato dalle altre persone. A partire da questi dati, elabora un calcolo del tuo valore e ti assegna uno status. Se i tuoi pari ti giudicano di poco valore, il calcolatore limita l'erogazione di serotonina. Ciò ti rende molto più reattivo, fisicamente e psicologicamente, a qualsiasi circostanza o evento che produce emozioni, in particolare se negative. Hai bisogno di quella reattività. Le emergenze sono frequenti, ai livelli più bassi della scala sociale, e tu devi essere pronto a sopravvivere.
Sfortunatamente, l'iperreattività fisica, il costante stato di allerta, brucia molta energia e molte preziose risorse fisiche. Produce, a tutti gli effetti, ciò che chiamiamo stress, che non è affatto soltanto o principalmente psicologico. È un riflesso dei veri limiti delle circostanze sfortunate. Se viviamo al fondo della scala sociale, il sistema di controllo nella parte antica del nostro cervello lavora basandosi sull'assunto che anche il più piccolo imprevisto possa produrre una catena incontrollabile di eventi negativi, che dovremo gestire da soli perché ai margini della società gli amici utili sono davvero rari. Brucerai quindi continuamente quelle risorse fisiche destinate a essere immagazzinate per il futuro, consumandole per mantenere un più elevato stato di allerta e la capacità di rispondere con un'azione immediata e guidata dal panico. Quando non sai cosa fare devi essere preparato a fare tutto, nel caso sia necessario. È come essere alla guida di un'auto e schiacciare a tavoletta i pedali dell'acceleratore e del freno, contemporaneamente. Se vivi troppo a lungo in questo stato, tutto crolla. L'antico calcolatore silenzierà anche il tuo sistema immunitario, consumando energia nell'immediato, e le risorse necessarie a preservare la salute, usate per far fronte alle crisi del presente. La situazione ti renderà impulsivo20 e ti porterà, per esempio, a imbarcarti in qualsiasi opportunità di accoppiamento a breve termine, o in qualsiasi occasione che porti al piacere, a prescindere da quanto sia inferiore ai tuoi standard, disonorevole o illegale. Sarai molto più propenso a vivere, o a morire, senza dare troppo peso agli eventi, pronto solo a cogliere una rara opportunità di piacere non appena questa si manifesta. La richiesta fisica di un costante stato di allerta in vista di un'emergenza ti logora sotto molteplici punti di vista.21
Se invece rivesti uno status elevato, i meccanismi freddi e prerettiliani del calcolatore interiore suppongono che la tua nicchia sia sicura e produttiva e che tu abbia un buon sostegno sociale. Il calcolatore deduce che la possibilità che qualcosa ti danneggi sia bassa e che possa essere tranquillamente ignorata. Il cambiamento può essere un'opportunità, anziché un disastro. La serotonina scorre in abbondanza. Ciò ti rende sicuro e calmo, con una postura diritta, a testa alta, e non in costante allerta. Dal momento che la tua posizione è sicura, è probabile che il futuro davanti a te sia radioso. Vale la pena pensare a lungo termine e pianificare un domani migliore. Non hai bisogno di afferrare impulsivamente qualunque briciola cada sulla tua strada, perché puoi realisticamente aspettarti di avere a disposizione cose buone anche in futuro. Puoi ritardare il momento della gratificazione, senza rinunciarci per sempre. Puoi permetterti di essere un cittadino affidabile e attento.
Il malfunzionamento
A volte, però, il meccanismo del calcolatore primordiale può incepparsi. Abitudini di sonno irregolari e un'alimentazione scorretta possono interferire con la sua funzionalità. L'incertezza può costituire un fattore sorpresa. Il corpo, con le sue diverse parti, ha bisogno di funzionare come un'orchestra ben armonizzata. Ogni sistema deve svolgere il proprio ruolo in maniera adeguata e al momento giusto, perché in caso contrario subentrano rumore e caos. Perciò la routine è tanto necessaria. Le azioni che ripetiamo ogni giorno devono essere automatizzate. Devono trasformarsi in abitudini stabili e affidabili, per perdere la loro complessità e diventare prevedibili e semplici. Questo può essere percepito più chiaramente nel caso dei bambini piccoli, che sono deliziosi, buffi e giocosi se la loro routine di sonno e alimentazione è stabile, mentre diventano orribili, lamentosi e cattivi se hanno a che fare con orari imprevedibili.
Per questa ragione la prima cosa che chiedo alle persone che si rivolgono a me è innanzitutto come dormono. La mattina si svegliano approssimativamente all'orario in cui si sveglia la maggior parte delle persone e alla stessa ora tutti i giorni? Se la risposta è no, prima di tutto consiglio loro di correggersi. Non importa tanto che vadano a letto ogni sera alla stessa ora, ma svegliarsi sempre alla stessa ora è una necessità. L'ansia e la depressione non possono essere trattate facilmente se la persona che ne soffre ha una routine quotidiana imprevedibile. I sistemi che si occupano di stemperare le emozioni negative sono strettamente legati alla tipica ciclicità dei ritmi circadiani.
Poi m'informo su ciò che mangiano per colazione. Consiglio ai miei clienti di consumare una colazione ricca di grassi e proteine il prima possibile dopo il risveglio (niente carboidrati semplici e zuccheri, perché vengono digeriti troppo rapidamente e producono un picco glicemico nel sangue, seguito poi da un rapido calo). Le persone ansiose e depresse, infatti, sono già stressate, soprattutto se per un bel po' di tempo non hanno tenuto sotto controllo le loro abitudini. Il loro corpo è quindi subito pronto a secernere una quantità eccessiva di insulina quando si dedicano ad attività complesse o impegnative. Se lo fanno dopo aver digiunato tutta la notte e prima di mangiare, l'eccesso di insulina nel sangue spazza via tutto lo zucchero presente. Poi diventano ipoglicemici e psicofisiologicamente instabili.22 Per l'intera giornata. I loro sistemi si ripristinano solo con altro sonno. In molti miei clienti l'ansia si è ridotta a livelli tollerabili solo perché hanno iniziato a dormire a orari prevedibili e costanti e a fare colazione.
Altre cattive abitudini possono interferire con la precisione del calcolatore. A volte accade direttamente, per ragioni biologiche che capiamo poco, e qualche volta si verifica perché quelle abitudini danno inizio a un complesso ciclo di feedback positivo. Un ciclo di feedback positivo richiede un rilevatore di ingresso, un amplificatore e una qualche forma di uscita. Immagina un segnale captato dal rilevatore di ingresso, amplificato e quindi emesso in forma amplificata. Fin qui tutto bene. Il problema inizia quando il rilevatore di ingresso coglie il segnale in uscita e lo riprocessa attraverso il sistema, amplificandolo ed emettendolo di nuovo. Con alcuni di questi cicli, la situazione va pericolosamente fuori controllo.
Quasi tutti abbiamo sperimentato il rumore assordante dell'effetto di ritorno durante i concerti, quando le casse stridono in maniera incredibilmente fastidiosa. Il microfono invia un segnale agli altoparlanti. Gli altoparlanti quindi emettono il segnale che può essere rilevato dal microfono e inviato nuovamente attraverso il sistema, se il suono è troppo forte o se il microfono è troppo vicino agli altoparlanti. Il suono si amplifica rapidamente fino a livelli insopportabili, che arrivano anche a distruggere le casse, se la situazione perdura.
Lo stesso ciclo distruttivo caratterizza la vita umana. La maggior parte delle volte lo definiamo come malattia mentale, anche se non riguarda solamente, o addirittura per nulla, la psiche delle persone. La dipendenza dall'alcol o da qualunque altra sostanza che alteri l'umore è un comune effetto di ritorno. Immagina una persona che ami l'alcol, forse un po' troppo. Beve tre o quattro bicchierini. Il livello di alcol nel sangue s'innalza bruscamente. Può essere molto inebriante, in particolare per chi ha una predisposizione genetica all'alcolismo.23 Ma si verifica solo se i livelli di alcol nel sangue continuano ad aumentare, quindi solo se il bevitore continua a bere. Se smette, il livello di alcol nel sangue inizia a calare. Il corpo, inoltre, produce una varietà di tossine, perché metabolizza l'etanolo assunto. Il bevitore comincia anche a sperimentare l'astinenza da alcol, perché il meccanismo che genera l'ansia, inizialmente sedato, durante l'intossicazione inizia a dare una risposta aumentata. A questo punto rimane la crisi d'astinenza, che comincia subito dopo che si è smesso di bere e che frequentemente uccide gli alcolizzati. Per prolungare la sensazione di benessere e allontanare le spiacevoli conseguenze, il bevitore può semplicemente continuare a bere, fino a esaurire ogni scorta, fino alla chiusura dei bar e dopo aver dilapidato tutte le proprie risorse.
Il giorno successivo, il bevitore si sveglia con forti postumi della sbornia. Finora, abbiamo descritto una situazione semplicemente triste. Il vero problema inizia quando egli scopre che può “curare” i postumi bevendo, la mattina successiva, qualche altro bicchiere. È naturalmente un rimedio temporaneo, perché si limita a rimandare un po' i sintomi dell'astinenza. Ma forse è proprio ciò di cui il bevitore ha bisogno, nel breve termine, se la sofferenza è molto acuta. Così ora ha imparato a bere per curare i postumi della sbornia. Se la cura è causa della malattia, si è instaurato un ciclo di feedback, più precisamente di retroazione positiva. In queste condizioni si può sviluppare rapidamente la sindrome dell'alcolismo.
Qualcosa di simile accade spesso alle persone che sviluppano un disturbo legato all'ansia, come l'agorafobia. Le persone che soffrono di agorafobia possono sentirsi tanto sopraffatte dalla paura da non riuscire più a uscire di casa. L'agorafobia è la conseguenza di un processo analogo all'alcolismo. Il primo evento a far precipitare il disturbo è spesso un attacco di panico. Chi ne soffre tipicamente è una donna di mezza età che è stata troppo dipendente da altre persone. Forse è passata direttamente dall'eccessiva dipendenza nei confronti del padre a una relazione con un fidanzato o un marito più anziano e relativamente dominante, senza pause significative in cui ha sperimentato un'esistenza indipendente.
Nelle settimane che precedono l'insorgere dell'agorafobia, una donna del genere sperimenta solitamente un evento inaspettato e anomalo. Potrebbe essere qualcosa di fisiologico, come palpitazioni cardiache, che sono comuni in ogni caso simile e la cui probabilità aumenta durante la menopausa, quando i livelli di ormoni che regolano l'esperienza psicologica di una donna fluttuano imprevedibilmente. Qualsiasi alterazione percettibile della frequenza cardiaca può innescare sia la paura di un infarto sia il timore di una sofferenza, vissuta come troppo evidente e imbarazzante, conseguente all'infarto; la morte e l'umiliazione sociale costituiscono le due paure più basilari. L'evento inaspettato potrebbe invece essere un conflitto di coppia o la malattia o la morte del coniuge. Potrebbe essere il divorzio o il ricovero in ospedale di un caro amico. Qualche evento reale in genere fa schizzare alle stelle la paura della morte e del giudizio sociale.24
Dopo lo shock, forse, la donna che sta per sperimentare una crisi di agorafobia lascia la propria casa e si dirige al centro commerciale. C'è molto traffico ed è difficile trovare parcheggio. La situazione la rende ancora più stressata. Pensieri di vulnerabilità si affollano nella sua mente, mentre la recente esperienza spiacevole affiora in superficie. I pensieri innescano l'ansia. Il battito cardiaco aumenta. La donna comincia a respirare in maniera superficiale e contratta. Sente il cuore che corre e comincia a chiedersi se stia avendo un infarto. Il pensiero innesca ancora più ansia. Il respiro si fa più superficiale e i livelli di anidride carbonica nel sangue aumentano. Il battito cardiaco continua a crescere, per la nuova paura. La donna se ne accorge e il battito continua ad aumentare.
Ecco come si verifica un ciclo di feedback positivo. Rapidamente l'ansia si trasforma in panico, che è regolato da un diverso sistema cerebrale, progettato per affrontare la più grave delle minacce, ma che può essere anche innescato da una paura eccessiva. La donna è sopraffatta dai propri sintomi e si dirige al Pronto soccorso dove, dopo un'attesa carica di ansia, si sottopone a un controllo della funzionalità cardiaca. Non c'è niente che non vada, ma lei non si sente rassicurata.
Ci vuole un altro ciclo di feedback per trasformare anche quella spiacevole esperienza in agorafobia in piena regola. Quando ha di nuovo bisogno di recarsi al centro commerciale, la persona preagorafobica diventa ansiosa, perché ricorda quanto successo la volta precedente. Decide comunque di andare. Per strada, riesce a sentire il cuore che batte forte. Ciò scatena un altro ciclo di ansia e preoccupazione. Per prevenire il panico, evita quindi lo stress del centro commerciale e torna a casa. Ma ora i sistemi di ansia nel cervello notano che è scappata dal centro commerciale e giungono alla conclusione che quell'uscita era veramente pericolosa. I nostri sistemi di regolazione dell'ansia sono molto pratici: decidono che, se noi scappiamo da una situazione, questa è pericolosa. La prova di ciò è, ovviamente, il fatto che siamo scappati.
Così, adesso, il centro commerciale è etichettato come troppo pericoloso da avvicinare, oppure l'agorafobico in erba etichetta se stesso come troppo fragile per avvicinarsi al centro commerciale. Forse non è ancora un vero problema: ci sono altri posti dove fare acquisti. Ma forse il vicino supermercato è abbastanza somigliante a un centro commerciale per innescare una risposta simile, quindi la donna si allontana anche da questo. Adesso il supermercato è classificato come il centro commerciale. Quindi è la volta del negozio all'angolo. Poi ci sono autobus, taxi e metropolitane. Presto si tratta di ogni luogo. L'agorafobico finirà per avere paura della sua stessa casa e se potesse scapperebbe anche da lì. Ma non può. Presto si ritrova bloccato in casa propria. La ritirata provocata dall'ansia fa sì che ci allontaniamo da tutto ciò che potrebbe causarci angoscia. Riduce i confini del nostro sé e fa sì che il mondo diventi sempre più pericoloso e sempre più grande.
Sono molti i sistemi di interazione tra cervello, corpo e mondo sociale che possono rimanere intrappolati in cicli di feedback positivo. Le persone depresse, per esempio, possono iniziare a sentirsi inutili e pesanti per gli altri, oltre che afflitte e sofferenti. Ciò le porta a ritirarsi dal contatto con gli amici e i familiari. Quindi il ritiro le rende più solitarie e isolate, e più inclini a sentirsi inutili e pesanti. Quindi, si chiudono ancora di più. Così, la depressione cresce a spirale e si amplifica.
Se qualcuno, a un certo punto della vita, viene ferito profondamente o traumatizzato, il calcolatore della posizione gerarchica può cambiarne la percezione, tanto da accrescere la probabilità che quella persona sperimenti nuovo dolore. Ciò accade spesso nel caso di persone, adulte, che sono state vittime di bullismo durante l'infanzia o l'adolescenza. Diventano ansiose e fragili. Cercano di proteggersi chiudendosi in se stesse ed evitano il contatto visivo diretto, che può essere interpretato come una sfida per decidere chi sia in posizione dominante.
Ciò significa che il danno causato dal bullismo, cioè l'abbassamento dello status e della fiducia in se stessi, può continuare a prendersi spazio anche dopo che gli atti si sono conclusi.25 Nei casi più semplici, le persone che un tempo erano in posizione subalterna sono cresciute e hanno raggiunto posti nuovi e di maggior successo. Ma non se ne rendono del tutto conto. I loro adattamenti fisiologici alla realtà di un tempo rimangono, anche se adesso sono controproducenti, ed essi sono ora più stressati e insicuri del normale. Nei casi più complessi, se la persona dà abitualmente per scontata la sua subordinazione, si ritrova più stressata e insicura del dovuto e la sua postura, che solitamente denota sottomissione, continua ad attrarre l'attenzione negativa di uno o più dei pochi e generalmente meno efficaci bulli ancora rimasti nel mondo degli adulti. In situazioni simili, le conseguenze psicologiche del bullismo sperimentato in precedenza aumentano la probabilità di continuare a subire nuovi episodi, anche se a rigor di logica non dovrebbe essere così perché la persona è maturata, spesso ha cambiato città, ha ricevuto un'istruzione e ha migliorato oggettivamente il proprio status.
Ribellarsi
Alcune persone sono vittime di bullismo perché non riescono a reagire. È il caso, per esempio, di chi è fisicamente più debole del proprio avversario. Ed è una delle ragioni più comuni per cui il bullismo riguarda i bambini. Anche il più forte tra i bambini di sei anni non riuscirà a opporsi a uno di nove. Lo squilibrio nella forza fisica scompare, in gran parte, in età adulta, grazie al raggiungimento di dimensioni fisiche simili (a eccezione del rapporto tra uomini e donne, in cui i primi tipicamente sono più grandi e più forti, soprattutto nella parte superiore del corpo) e alla severità delle pene che colpiscono chi, ormai maggiorenne, insiste nel praticare l'intimidazione fisica.
Ma, altrettanto spesso, le persone sono vittime di bullismo perché non reagiscono. Accade non di rado alle persone che per temperamento sono empatiche e altruiste, in particolare se sono anche soggette a emozioni negative e hanno una reazione di sofferenza che gratifica chi le tratta sadicamente: i bambini che piangono più facilmente, per esempio, sono più frequentemente vittime di bullismo.26 Si trovano in una simile situazione anche le persone che hanno deciso, per una ragione o per l'altra, che tutte le forme di aggressione, compresi i sentimenti di rabbia, sono moralmente sbagliate. Ho visto persone particolarmente sensibili ai soprusi e alla competitività troppo aggressiva trattenere in sé tutte le emozioni che avrebbero potuto sfociare in sentimenti negativi. Spesso sono persone i cui padri erano rabbiosi e dispotici. Le forze psicologiche non sono mai univoche, tuttavia, e la capacità davvero sconvolgente della rabbia e dell'istinto violento di generare crudeltà e caos è bilanciata dalla capacità di quelle forze primordiali di respingere il dolore, di dire la verità e di motivare una reazione in caso di conflitto, incertezza e pericolo.
Con un istinto di reazione eccessivamente limitato da una moralità troppo rigida, chi è semplicemente compassionevole e altruista, oltre che ingenuo e sfruttabile, non riesce a risvegliare in sé la rabbia genuina, giusta e autoprotettiva necessaria a difendersi. Se sei in grado di mordere, generalmente non ti è necessario farlo. Se sapientemente integrata, la capacità di rispondere con determinazione e violenza diminuisce la probabilità che si verifichi un effettivo atto di aggressività, invece di aumentarla. Se dici di no all'inizio del ciclo dell'oppressione, affermando e sostenendo il tuo rifiuto senza mezzi termini, allora la possibilità di riuscita dell'oppressore rimarrà debitamente limitata e circoscritta. Le forze della sopraffazione si espandono inesorabilmente a riempire lo spazio che hanno a disposizione. Le persone che rifiutano di dare risposte autoprotettive appropriate si aprono allo sfruttamento tanto quanto chi non riesce a difendere i propri diritti a causa di un'incapacità dovuta a ragioni costitutive o di un vero squilibrio di forze.
Le persone ingenue e inoffensive di solito orientano le proprie percezioni e azioni su pochi semplici assiomi: le persone sono fondamentalmente buone; nessuno vuole davvero ferire qualcun altro; la minaccia e l'uso della forza, fisica o meno, sono sbagliate. Questi assiomi si rivelano nulli in presenza di individui che sono autenticamente maligni27 e, ancora peggio, possono diventare un invito all'abuso, perché chi mira a nuocere si è specializzato nel depredare le persone che la pensano proprio così. In simili condizioni, le convinzioni che portano a un agire inoffensivo devono essere riviste e sistemate. Nei colloqui clinici porto spesso l'attenzione di chi pensa che le persone buone non si devono arrabbiare mai sulla cruda realtà del proprio risentimento.
A nessuno piace essere preso in giro, ma spesso le persone lo sopportano per troppo tempo. Quindi, faccio in maniera che si accorgano del risentimento che provano e lo percepiscano, prima come un'espressione di rabbia, e poi come un indicatore della necessità di dire, se non di fare qualcosa, anche perché è l'onestà a richiederlo. Poi evidenzio come queste azioni siano una componente della forza che tiene a bada i soprusi, tanto a livello sociale quanto individuale. All'interno di molti sistemi basati sulla burocrazia ci sono piccole sacche di autoritarismo, che creano regole e procedure inutili semplicemente per esprimere e rafforzare il proprio potere. Alcune persone generano potenti correnti sotterranee di risentimento intorno a sé che, se esternate, limiterebbero la loro espressione di potere patologico. È così che la decisione dell'individuo di difendere se stesso protegge tutti dalla corruzione della società.
Nel momento in cui le persone ingenue scoprono la capacità di provare rabbia dentro di sé ne sono scioccate, a volte profondamente. Un esempio importante di ciò si può trovare nella vulnerabilità dei nuovi soldati al disturbo da stress post traumatico, che spesso nasce in reazione a qualcosa che si sono visti fare in prima persona piuttosto che a qualcosa che è accaduto loro. Essi reagiscono trasformandosi in quelle figure mostruose che sono stati capaci di diventare sul campo di battaglia, in condizioni estreme, e la rivelazione di quella capacità annulla il loro mondo. E non c'è da meravigliarsi. Forse fino a quel momento pensavano che tutte le persone che nella storia hanno compiuto azioni orribili fossero totalmente diverse da loro. Forse non erano mai stati in grado di vedere dentro di sé la capacità di opprimere e di compiere atti di bullismo, né forse la loro capacità di affermarsi e ottenere successo. Ho avuto clienti che per anni, tutti i giorni, sono stati terrorizzati e hanno avuto letteralmente convulsioni isteriche semplicemente per lo sguardo cattivo che leggevano sui volti dei loro aggressori. Simili individui di solito provengono da famiglie iperprotettive, dove non può accadere nulla di terribile, e tutto è meraviglioso come nelle fiabe.
Quando queste persone si risvegliano, quando cioè le persone, un tempo ingenue, riconoscono in se stesse i semi del male e della mostruosità e si vedono come pericolose (almeno potenzialmente), la loro paura diminuisce. Sviluppano un maggiore rispetto per se stesse. Allora, forse, cominciano a opporsi all'oppressione. Vedono che hanno la capacità di resistere, perché anche loro sono terrificanti. Vedono che possono e devono alzarsi in piedi, perché cominciano a capire quanto diventeranno realmente mostruose, altrimenti si alimenteranno del loro risentimento, trasformandolo nei desideri più distruttivi. Diciamolo ancora: c'è poca differenza tra una capacità, insita in una persona, di creare disordine e distruzione, e la forza di carattere. È una delle lezioni più difficili della vita.
Forse sei un perdente. E forse non lo sei, ma se lo sei non devi continuare a comportarti così. Forse hai solo preso una brutta abitudine. Forse sei un collezionista di brutte abitudini. Tuttavia, non è detto che il tuo atteggiamento sia appropriato alla condizione attuale, anche se ti sei ritrovato naturalmente ad assumere quella postura dimessa, anche se eri impopolare, sei stato vittima di bullismo a scuola o di maltrattamento a casa.28 Le circostanze cambiano. Se cammini con le spalle basse, con lo stesso portamento che caratterizza un'aragosta sconfitta, le persone ti assegneranno uno status inferiore, e il vecchio calcolatore che condividi con i crostacei e che si trova alla base del cervello ti assegnerà un basso gradino nella scala sociale. Allora il cervello non produrrà più serotonina. Sarai meno felice, più ansioso e triste, e sarà più probabile che ti tirerai indietro quando invece dovrai difenderti. Ridurrà anche la probabilità che tu possa vivere in un bel quartiere, avere accesso a risorse di alta qualità e conquistare qualcuno che sia sano e desiderabile. Ti renderà più incline all'abuso di cocaina e di alcol, mentre vivrai pieno di incertezze per il futuro. Aumenterà la tua predisposizione alle malattie cardiache, al cancro e alla demenza. Tutto sommato, non va molto bene.
Le circostanze cambiano e puoi farlo anche tu. I cicli di feedback positivi, sommando gli effetti l'uno all'altro, possono formare una spirale controproducente, ma possono anche farti progredire. È l'altra lezione, molto più ottimistica, dell'Equazione di Price e della distribuzione di Pareto: quelli che cominciano a conquistare qualcosa probabilmente otterranno di più. Alcune di queste spirali che si muovono verso l'alto possono verificarsi nel tuo spazio privato e soggettivo. Le alterazioni del linguaggio corporeo offrono un esempio importante. Se, partecipando a un esperimento, ti venisse chiesto da un ricercatore di muovere i muscoli facciali, uno alla volta, in modo da riprodurre un'espressione triste, riferiresti di sentirti più triste e, al contrario, assumendo una mimica di felicità, riferiresti di sentirti più felice. L'emozione è in parte un'espressione corporea e può essere amplificata o attenuata da quella stessa espressione.29 Alcuni dei cicli di feedback positivi espressi anche dal linguaggio del corpo possono travalicare i confini dell'esperienza soggettiva, per manifestarsi nello spazio sociale che condividi con altre persone. Se la tua postura è dimessa, per esempio, abbattuta, con le spalle in avanti e incurvate, il petto in dentro, la testa che ciondola verso il basso; se hai un aspetto fragile, sconfitto e inefficace, allora ti sentirai fragile, sconfitto e inefficace. Le reazioni degli altri aggraveranno la situazione. Le persone, come le aragoste, si misurano a vicenda, in parte in conseguenza del loro atteggiamento. Se ti presenti come una persona sconfitta, le persone ti tratteranno come se fossi un perdente. Se inizi a raddrizzare la postura, le persone ti guarderanno e ti tratteranno diversamente.
Forse obietterai che una bassa posizione nella scala sociale è reale. Una semplice trasformazione della postura non basta per cambiare tutto ciò. Se sei nella posizione numero dieci e stai in piedi diritto, con un atteggiamento dominante, forse ti ritroverai ad attirare l'attenzione di chi vuole, ancora una volta, buttarti giù. Va bene. Ma stare dritti con le spalle indietro non è semplicemente un atteggiamento fisico, perché non sei solo un corpo. Sei uno spirito, per così dire, una psiche. Stare fisicamente diritti significa, implica e sottolinea lo stare diritti metafisicamente. Stare diritti significa accettare volontariamente il fardello dell'Essere. Il sistema nervoso risponde in maniera completamente diversa se affronti con spirito di iniziativa le richieste della vita. Rispondi a una sfida, invece di prepararti a una catastrofe. Vedi l'oro che il drago custodisce, invece di farti piccolo piccolo alla vista del temibile drago. Ti fai avanti per prendere il tuo posto nella gerarchia della dominanza e occupare il territorio, manifestando la volontà di difenderlo, espanderlo e trasformarlo. Tutto ciò può avvenire praticamente o simbolicamente, come riorganizzazione fisica o concettuale. Stare diritti con le spalle indietro significa accettare la terribile responsabilità della vita, con gli occhi ben aperti. Significa decidere di trasformare volontariamente il caos del potenziale nella realtà dell'ordine quotidiano. Significa assumerti il peso della consapevolezza di sé e accettare la fine del paradiso inconscio dell'infanzia, dove la finitezza e la mortalità sono comprese solo come concetti vaghi. Significa intraprendere volontariamente i sacrifici necessari per creare una realtà produttiva e significativa, agire secondo il volere di Dio, per dirla con parole antiche.
Stare diritti con le spalle indietro significa costruire l'arca che protegge il mondo dall'inondazione, guidare la tua gente attraverso il deserto dopo la fuga dalla tirannia, allontanarsi dalla confortevole casa e dal proprio Paese e annunciare la parola profetica a chi trascura le vedove e i bambini. Significa assumere sulle proprie spalle la croce che segna la X, il luogo in cui tu e l'Essere vi intersecate inscindibilmente. Significa gettare l'ordine morto, rigido e troppo tirannico nel caos da cui è stato generato; significa resistere all'incertezza che ne consegue e stabilire, poi, un ordine migliore, più ricco di significato e più produttivo.
Quindi, cura con attenzione la postura. Smetti di chiuderti nelle spalle e di ingobbirti. Esprimi la tua opinione. Metti i tuoi desideri davanti a tutto, come se ne avessi diritto, almeno lo stesso diritto che hanno gli altri. Cammina con la testa alta e guarda diritto in avanti. Osa essere pericoloso. Incoraggia la serotonina a fluire abbondantemente attraverso i percorsi neuronali ricercandone disperatamente l'azione calmante.
Le persone, incluso te stesso, inizieranno a pensare che sei competente e capace o almeno non penseranno subito il contrario. Incoraggiato dalle risposte positive che ricevi, inizierai a essere meno ansioso. Troverai quindi più facile prestare attenzione ai sottili indizi sociali che le persone si scambiano mentre comunicano. Le tue conversazioni saranno più sciolte, con meno pause imbarazzanti. Ti sarà più semplice conoscere nuove persone, interagire con loro e fare buona impressione. Ciò non solo aumenterà la probabilità che ti accadano cose positive, ma farà anche sì che le cose buone abbiano effetti più duraturi.
Così rafforzato e rincuorato, puoi scegliere di abbracciare l'Essere e di impegnarti perché progredisca e migliori. Così rafforzato, sei in grado di stare in piedi anche durante la malattia di una persona cara, anche nella morte di un genitore, e di permettere agli altri di trovare forza al tuo fianco, invece di lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Così rincuorato, ti imbarcherai nel viaggio della vita, lascerai che la tua luce brilli, per così dire, sul colle celeste, e perseguirai il tuo legittimo destino. Allora l'importanza e il significato della tua vita possono essere sufficienti a tenere a bada l'influenza corruttrice della disperazione mortale.
Allora puoi essere in grado di farti carico del terribile fardello del Mondo e trovare la gioia.
Trai ispirazione dall'aragosta vittoriosa, che vanta trecentocinquanta milioni d'anni di saggezza pratica. Stai diritto, con le spalle bene indietro.


REGOLA 2
TRATTA TE STESSO COME FAI CON CHI SI AFFIDA A TE
PERCHÉ NON PRENDI LE TUE CAVOLO DI PILLOLE?

Immagina che a cento persone sia prescritto un farmaco. Ecco cosa succederà. Un terzo di loro non seguirà la prescrizione.30 La metà degli altri sessantasette lo farà, ma non seguirà le indicazioni mediche correttamente. Salterà qualche dose e presto smetterà di prenderlo. Forse non lo prenderà affatto.
I medici e i farmacisti tendono a incolpare i pazienti per la loro mancanza di disciplina, per l'indolenza e gli errori che commettono. “Puoi portare un cavallo alla sorgente d'acqua, ma non puoi costringerlo a bere” obiettano. Gli psicologi solitamente pensano che questo giudizio sia semplicistico. Siamo infatti portati a pensare che l'incapacità dei pazienti di seguire un consiglio sia colpa del medico, non del paziente. Riteniamo che sia compito del dottore trasmettere i consigli e le indicazioni in modo tale che siano seguiti. È il medico a dover mettere a punto un programma che il paziente sia in grado di rispettare fino al raggiungimento del risultato e assicurarsi che tutto proceda correttamente. È solo uno dei tanti aspetti che rendono gli psicologi meravigliosi. Mi sembra ovvio, con i nostri clienti abbiamo il lusso del tempo, mentre gli altri professionisti della salute devono agire tempestivamente e si domandano perché i malati non assumano le medicine. Perché si comportano così? Non vogliono stare meglio?
Ecco una situazione ancora più spiacevole. Immagina che qualcuno riceva un trapianto d'organo. Immagina che sia un rene. Un trapianto, in genere, avviene dopo un lungo periodo di ansiosa attesa da parte del destinatario. Una ristretta minoranza di persone dona gli organi in punto di morte (e sono ancora meno quelli che decidono di farlo mentre sono ancora in vita). Solo un modestissimo numero di organi è compatibile con le persone in lista d'attesa. Ciò significa che, in genere, la persona che riceve un trapianto di reni si è sottoposta per anni a emodialisi come unica alternativa. L'emodialisi consiste nel far scorrere tutto il sangue del paziente fuori dal corpo, attraverso una macchina-filtro, per eliminare le sostanze tossiche e poi rimetterlo in circolazione. È un trattamento difficile, miracoloso ed efficace, ma non è piacevole. Deve essere eseguito dalle cinque alle sette volte a settimana, per otto ore ogni volta. Praticamente, sarebbe da fare ogni volta che il paziente dorme. È troppo. Nessuno vuole rimanere in dialisi a vita.
Ora, una delle complicazioni del trapianto è il rigetto. Il corpo non ama ricevere parti estranee. Il sistema immunitario cerca di attaccare e distruggere gli elementi non riconosciuti, anche se questi sono cruciali per la sopravvivenza. Per evitare che ciò accada, è necessario assumere farmaci antirigetto, che indeboliscono le difese immunitarie e accrescono la predisposizione alle malattie infettive. La maggior parte delle persone accetta di buon grado il compromesso. Chi riceve un trapianto continua a risentire negativamente degli effetti del rigetto d'organo, nonostante i farmaci. Non è perché i farmaci non funzionino, anche se a volte accade. Più spesso questo fenomeno si verifica perché le persone non prendono i medicinali prescritti. Si stenta a crederci. Il malfunzionamento dei reni è un problema serio. La dialisi non è una passeggiata. Il trapianto avviene dopo una lunga attesa, che comporta un rischio elevato e una spesa ingente. Metti tutto a rischio perché preferisci non prendere i farmaci? Com'è possibile che le persone si comportino così con se stesse? Come può accadere?
È complicato, siamo sinceri. Molti soggetti che ricevono un trapianto d'organo sono soli o non in perfetta salute (per non parlare dei disagi personali legati alla disoccupazione o alla situazione familiare). Possono soffrire di disturbi mentali o di depressione. Forse non si fidano del tutto del proprio medico o non capiscono la necessità di seguire una certa terapia. Forse riescono a stento ad acquistare i medicinali prescritti e così cercano di razionarli, disperatamente e senza risultato.
Ma - ed è l'aspetto incredibile - immagina che non sia tu a sentirti male. È il tuo cane. Quindi lo porti dal veterinario, che ti dà una prescrizione. Cosa succede, a questo punto? Hai altrettanti motivi per diffidare del veterinario di quanti ne abbia nei confronti del medico. Inoltre, se ti fosse importato così poco del tuo cane da non preoccuparti che gli potesse essere prescritto un farmaco inadatto o sbagliato, non lo avresti nemmeno portato dal veterinario. Quindi, ti importa. Le tue azioni lo dimostrano. In effetti, secondo le statistiche, è possibile che ti importi più del cane che di te. Le persone sono più brave a seguire le prescrizioni e a somministrare correttamente le terapie ai loro animali domestici che a se stesse. Non va bene. Anche dal punto di vista del tuo animale domestico, non va bene. Il tuo cane probabilmente ti ama e sarebbe più felice se anche tu prendessi le medicine.
È difficile trarre una qualche conclusione da questi fatti, se non che pare che le persone amino i loro cani, gatti, furetti e uccelli, forse anche le loro lucertole, più di se stesse. Non è tremendo? Non c'è da vergognarsi? Cosa porta qualcuno a preferire un animale domestico a se stesso?
Un racconto antico, narrato nel Libro della Genesi, il primo libro dell'Antico Testamento, mi ha aiutato a trovare una risposta a questa sconcertante domanda.
Il racconto più antico e la natura del mondo
Nella Genesi si intrecciano due miti della creazione provenienti da due diverse fonti mediorientali. Secondo il primo in ordine cronologico, anche se storicamente più recente - noto come “sacerdotale” -, Dio creò il cosmo usando il Verbo divino: con la parola portò a esistere la luce, l'acqua e la terra, poi le piante e i corpi celesti. Quindi, sempre con il Verbo, creò uccelli, animali e pesci e concluse con gli esseri umani, maschio e femmina, entrambi formati a sua immagine e somiglianza. Ecco quanto è narrato in Genesi 1. Nel secondo racconto, più antico, quello “jahvista”, troviamo un'altra narrazione cosmologica che vede al centro Adamo ed Eva (in cui i dettagli della creazione in parte differiscono), così come le storie di Caino e Abele, di Noè e della Torre di Babele. Ecco quanto è narrato in Genesi 2. Per comprendere Genesi 1 e la sua insistenza sul Verbo come forza creatrice è prima necessario rivedere alcuni antichi assunti di base. Sono del tutto diversi, per tipo e intento, dagli assunti della scienza, che furono esplicitati solo cinquecento anni fa con l'opera di Francis Bacon, René Descartes e Isaac Newton. In qualsiasi modo i nostri antenati interpretarono il mondo, ben prima di questi princìpi, non fu certo da una prospettiva scientifica (non più di quanto riuscissero a vedere la Luna e le stelle senza le lenti del telescopio, invenzione altrettanto recente). Dal momento che adesso abbiamo una mentalità tanto scientifica - e così risolutamente materialista - è molto difficile per noi anche solo capire che possano esistere e che esistano altri modi di vedere. Ma chi visse nella lontana epoca in cui sorsero le fondamenta epiche della nostra cultura era molto più interessato alle azioni che portavano alla sopravvivenza, e quindi a interpretare il mondo nell'ottica di questo obiettivo, che a tutto quello che ora intendiamo come verità oggettiva.
Prima che si delineasse una visione scientifica del mondo, la realtà era interpretata diversamente. L'Essere era visto come il luogo dell'azione, non il luogo delle cose.31 Qualcosa di simile a un racconto o a una rappresentazione teatrale, che si manifestava come un'esperienza viva e soggettiva, vissuta attimo dopo attimo, nella coscienza di ognuno. Qualcosa di simile alle storie che ci raccontiamo reciprocamente sulla nostra vita e sul suo significato. Qualcosa di simile alle vicende che i romanzieri descrivono quando catturano l'esistenza nelle pagine dei loro libri. L'esperienza soggettiva include oggetti familiari, come alberi e nuvole, ma anche e soprattutto emozioni e sogni, nonché sensazioni come fame, sete e dolore. Sono questi aspetti, vissuti personalmente, gli elementi essenziali della vita umana, secondo la prospettiva arcaica. E non sono facilmente riducibili a qualcosa di oggettivo e distinto da noi: nemmeno la moderna mente riduzionista e materialista riesce a farlo. Il dolore, per esempio, è soggettivo. È qualcosa di tanto reale che non riusciamo a portare nessuna argomentazione a sostegno della sua non-esistenza. Tutti agiscono come se il loro dolore fosse reale: sostanzialmente e definitivamente reale. Il dolore conta, più della materia. È per questa ragione, io credo, che così tante tradizioni nel mondo ritengono che la sofferenza connessa all'esistenza sia l'irriducibile verità dell'Essere.
In ogni caso, ciò che esperiamo soggettivamente può essere paragonato molto più a un romanzo o a un film che a una descrizione scientifica del reale. È il dramma dell'esperienza vissuta: la morte unica, tragica e personale, di tuo padre, diversa dalla morte impersonale elencata nei registri dell'ospedale; la delusione per il tuo primo amore; la sofferenza per le speranze infrante; la gioia che accompagna il successo di un figlio.
Il dominio, non della materia, ma di ciò che conta
Il regno scientifico della materia può essere ridotto, in un certo senso, ai suoi elementi basilari: molecole, atomi e persino quark. Anche il mondo dell'esperienza, però, ha i propri costituenti primari. Sono gli elementi necessari le cui interazioni definiscono la rappresentazione e il racconto. Uno di questi è il caos. Un altro è l'ordine. Il terzo (perché ce ne sono tre) è il processo che media tra i due e che sembra corrispondere a ciò che le persone oggi chiamano “coscienza”. È il nostro eterno assoggettamento ai primi due che ci fa dubitare dell'autenticità dell'esistenza, ci fa disperare e fa sì che non ci si prenda cura di sé come si dovrebbe. È la corretta comprensione del terzo elemento che ci consente di avere una scappatoia.
Il caos è il dominio dell'ignoranza. È il territorio inesplorato. Il caos è ciò che si estende, eternamente e senza limiti, oltre i confini di tutti gli Stati, di tutte le idee e di tutte le regole. È lo straniero, l'estraneo, il membro di un'altra banda, il fruscio tra i cespugli nella notte, il mostro sotto il letto, la rabbia nascosta della madre e la malattia del figlio. Il caos è la disperazione e l'orrore che provi quando sei stato tradito nel profondo. È il posto in cui finisci quando tutto si sgretola; quando i tuoi sogni s'infrangono, il tuo lavoro tracolla o il tuo matrimonio finisce. È il mondo sotterraneo della fiaba e del mito, dove il drago e l'oro che esso custodisce coesistono eternamente. Il caos è il luogo in cui ci troviamo quando non sappiamo dove siamo né cosa stiamo facendo. In breve, coincide con tutto quello che non conosciamo né comprendiamo.
Il caos è anche il potenziale informe da cui, all'alba dei tempi, il Dio di Genesi 1 ha creato ordine usando il linguaggio. È lo stesso potenziale da cui noi, fatti a immagine e somiglianza di Dio, facciamo emergere il racconto e i momenti sempre mutevoli delle nostre vite. E il caos è anche libertà, terribile libertà.
L'ordine, al contrario, è il territorio noto. È la gerarchia di luogo, posizione sociale e autorità, che esiste da centinaia di milioni di anni. È la struttura della società. È anche la definizione che ci viene fornita dalla biologia, in particolare nella misura in cui ci siamo adattatati alla società. L'ordine è tribù, religione, focolare, casa e Paese. È il soggiorno accogliente e sicuro riscaldato dal camino e in cui i bambini giocano. È la bandiera nazionale. È il valore della moneta. L'ordine è il terreno sotto i piedi e il programma della giornata. È la magnificenza della tradizione, i banchi in fila in un'aula scolastica, i treni che partono in orario, il calendario e l'orologio. L'ordine è la facciata pubblica che siamo chiamati a rivestire, la cortesia tra estranei civilizzati che s'incontrano e il ghiaccio sottile su cui tutti pattiniamo. L'ordine è il luogo in cui il comportamento del mondo esterno corrisponde alle nostre aspettative e ai nostri desideri; il luogo in cui tutte le cose sono come le vogliamo. Ma l'ordine a volte è anche sopruso e annullamento, se la richiesta di certezza, uniformità e purezza diventa troppo unilaterale.
Dove tutto è certo, siamo nell'ordine. Ci siamo quando le cose vanno secondo i piani e nulla è nuovo e inquietante. Nel mondo dell'ordine tutto procede secondo le intenzioni di Dio. Ci piace trovarci lì. Gli ambienti familiari ci sono congeniali. Nell'ordine siamo in grado di pensare a lungo termine. Lì le cose funzionano e noi siamo equilibrati, calmi e competenti. Perciò raramente lasciamo luoghi - geografici o concettuali - che conosciamo e comprendiamo, e di certo non siamo contenti se ci troviamo costretti a farlo o se accade accidentalmente.
Vivi nell'ordine se hai un amico fedele, un alleato affidabile. Se la stessa persona ti tradisce e ti inganna, ti sposti dal mondo diurno fatto di luce e chiarezza verso l'oscuro mondo sotterraneo del caos, della confusione e della disperazione. E, similmente, ti sposti nello stesso luogo quando l'azienda per cui lavori rischia il fallimento e il tuo posto di lavoro diventa incerto. Quando hai presentato la dichiarazione dei redditi, sei nel mondo dell'ordine. Quando sei oggetto di un accertamento tributario, è il caos. La maggior parte delle persone preferirebbe essere aggredita piuttosto che sottoporsi a un'ispezione. Prima che fossero abbattute le Torri Gemelle, quello era l'ordine. In seguito si manifestò il caos. Tutti l'avvertirono. L'aria stessa divenne incerta. Che cosa era stato abbattuto esattamente? Domanda sbagliata. Che cosa era rimasto in piedi esattamente? Ecco il punto della questione.
Quando il ghiaccio su cui stai pattinando è solido, ecco l'ordine. Quando la superficie si frantuma, tutto si sgretola e tu cadi nell'acqua ghiacciata, quello è il caos. L'ordine è la Contea degli Hobbit di Tolkien: pacifica, fertile e sicura, anche per gli ingenui. Il caos è il regno sotterraneo dei Nani, usurpato da Smaug, il drago che si accaparra il tesoro. Il caos è il profondo fondale oceanico che Pinocchio attraversa per salvare il padre dalla balena. Quel viaggio nell'oscurità e verso la salvezza è l'avventura più difficile che un burattino deve vivere, se vuole essere reale; se vuole sottrarsi alle tentazioni dell'inganno, della finzione, del vittimismo, del piacere impulsivo e della sottomissione totalitaria; se vuole prendere il proprio posto nel mondo come essere autentico.
L'ordine è la stabilità del matrimonio, sostenuto dalle tradizioni del passato e dalle tue aspettative, che affondano le proprie radici, anche se non ne sei consapevole, in quelle stesse tradizioni. Il caos è la stabilità che ti si sgretola sotto i piedi quando scopri l'infedeltà del partner. Il caos è l'esperienza del vacillare privo di legami e di sostegno, quando le abitudini e le tradizioni che ti hanno guidato fino a quel momento franano.
L'ordine è il luogo e il tempo in cui gli assiomi su cui si basa la tua vita (spesso in maniera impercepibile) organizzano la tua esperienza e le tue azioni affinché ciò che dovrebbe accadere accada. Il caos è il nuovo spazio e il nuovo tempo che emergono quando qualcosa di sgradevole ti colpisce all'improvviso o quando l'ostilità rivela il proprio volto paralizzante, anche all'interno della tua stessa casa. Ogni volta che stabilisci un programma può avvenire qualcosa di inaspettato, a prescindere da quanto familiari siano le circostanze. Quando ciò accade, il tuo territorio cambia. Non farti ingannare: lo spazio apparente potrebbe essere lo stesso. Ma noi viviamo nel tempo, oltre che nello spazio. Di conseguenza, anche i luoghi più antichi e familiari conservano l'intrinseca capacità di sorprenderti. Potresti essere felicemente alla guida dell'automobile che usi e ami da anni. Ma il tempo passa. I freni potrebbero incepparsi. Puoi camminare per strada grazie al corpo che conosci da sempre. Ma se il tuo cuore funziona male, anche solo per un attimo, tutto cambia. Anche i cani vecchi e amichevoli possono sempre morderti, così come gli amici fidati possono ingannarti. Nuove idee possono distruggere le vecchie e confortevoli certezze. Ed è un cambiamento determinante, reale.
Il nostro cervello reagisce istantaneamente al manifestarsi del caos, con connessioni e circuiti semplici e velocissimi, formatisi in tempi antichi, quando i nostri antenati abitavano sugli alberi e i serpenti ti potevano attaccare senza che neanche te ne accorgessi.32 Dopo questa reazione immediata, ovvero il riflesso fisico, arrivano le risposte più complesse ma più lente delle emozioni, che sono radicate in una seconda fase dell'evoluzione. E in seguito arriva il pensiero, di ordine superiore, che può estendersi per secondi, minuti o anni. Tutte queste risposte, in un certo senso, sono istintive, ma lo sono in misura maggiore quanto più sono veloci.
Caos e ordine: personalità, femminile e maschile
Il caos e l'ordine sono due degli elementi più basilari che sperimentiamo, due delle suddivisioni più elementari dell'Essere stesso. Ma, dato che non si tratta di cose né di oggetti, non li sperimentiamo come tali. Le cose o gli oggetti sono parte del mondo oggettivo. Sono inanimati, privi di spirito. Sono inerti. Non è così per il caos e per l'ordine. Essi sono percepiti, vissuti e compresi (laddove lo siano) come esseri dotati di una propria personalità. È così fin dai tempi antichi, solo che gli uomini moderni non se ne rendono conto.
Ordine e caos non vengono percepiti inizialmente come cose o oggetti, e personificati solo in un secondo momento. Ciò avverrebbe solo se prima percepissimo una realtà oggettiva e poi ne deducessimo l'intento e lo scopo. Ma non è così che funziona, nonostante i nostri preconcetti. Percepiamo le cose in quanto strumenti, per esempio, contemporaneamente o prima ancora di avvertirle come oggetti. Comprendiamo la funzione delle cose altrettanto o più velocemente di quanto capiamo ciò che esse sono.33 Anche la percezione delle cose come entità dotate di personalità avviene d'acchito. Ciò è particolarmente vero in riferimento alle azioni degli altri esseri viventi. 34 Noi vediamo però anche il mondo oggettivo e non vivente come animato, dotato di un proprio scopo e di un intento ben preciso. Si deve al funzionamento di ciò che gli psicologi chiamano “l'iperattivo rilevatore di azioni” che si trova dentro ognuno di noi.35 Ci siamo evoluti, nel corso di millenni, in circostanze fortemente sociali. Ciò significa che gli elementi più significativi del nostro ambiente originario erano le personalità, non le cose, gli oggetti o le situazioni.
Le personalità che siamo arrivati a distinguere nel corso dell'evoluzione esistono, in una forma prevedibile e in configurazioni tipiche, gerarchiche, che coprono ogni tipo di scopo e di motivazione. Sono maschi o femmine, per esempio, da circa un miliardo di anni. È davvero molto tempo. La distinzione delle forme di vita tra un sesso e l'altro si è verificata anche prima che si evolvessero gli organismi multicellulari. Solo nell'ultima fase di questo periodo, l'ultimo quinto, sono comparsi i mammiferi, che si prendono cura dei loro piccoli. Quindi, le categorie di genitore e di figlio esistono da circa 200 milioni di anni. Esistono da più tempo degli uccelli. Esistono da più tempo dei fiori. Non è un miliardo di anni, ma è comunque un tempo molto lungo, sufficiente perché maschio e femmina, genitore e figlio diventassero componenti vitali e fondamentali dell'ambiente a cui ci siamo adattati. Ciò significa che sono categorie naturali, profondamente radicate nelle nostre strutture percettive, emotive e motivazionali.
Il nostro cervello è profondamente sociale. Altre creature, soprattutto umane, sono state di importanza fondamentale per noi, per la nostra vita, l'accoppiamento e l'evoluzione. Quelle creature sono state letteralmente il nostro habitat naturale, il nostro ambiente. Da una prospettiva darwiniana, la natura - la realtà stessa, l'ambiente - è l'agente che seleziona. L'ambiente non può essere definito più semplicemente. Non è una mera materia inerte. La realtà stessa è ciò con cui ci confrontiamo e contro cui combattiamo nella nostra lotta per la sopravvivenza e la riproduzione. Gran parte della realtà è costituita da altri esseri, da quello che pensano di noi e dalle loro comunità. E questo è quanto.
Nel corso dei millenni, a mano a mano che le nostre facoltà cerebrali si sono potenziate e mentre sviluppavamo curiosità in abbondanza, siamo diventati sempre più consapevoli e interessati alla natura del mondo, motivati cioè a comprendere ciò che alla fine abbiamo concettualizzato come mondo oggettivo, qualcosa che va al di là delle personalità della nostra famiglia e del nostro gruppo. E per al di là non intendiamo semplicemente un territorio fisicamente inesplorato, bensì ancora da comprendere. Per farlo è necessario rappresentarlo oggettivamente, ma soprattutto relazionarsi a esso e affrontarlo. Dato che il nostro cervello però si era a lungo concentrato sulle persone, ci siamo probabilmente approcciati al mondo sconosciuto, caotico, non umano, con le categorie innate del nostro cervello sociale.36 Tuttavia anche questo è un errore: nel momento in cui abbiamo iniziato a percepire il mondo sconosciuto, caotico e non umano, abbiamo usato il modello di rappresentazione originariamente creato per il mondo sociale animale preumano. Le nostre menti sono molto più antiche dell'umanità vera e propria. Le nostre categorie si sono sviluppate molto prima della nostra specie. La più elementare, in un certo senso la più antica, come l'atto sessuale stesso, pare essere quella di genere sessuale, maschile e femminile. Sembra che abbiamo appreso la conoscenza primordiale di un'opposizione strutturata e creativa e abbiamo cominciato a interpretare tutto attraverso quella lente.37
L'ordine, il conosciuto, appare simbolicamente associato alla mascolinità, come nel già citato yang del simbolo taoista dello yin e dello yang. È così forse perché la struttura gerarchica primaria della società umana è maschile, come lo è per la maggior parte degli animali, inclusi gli scimpanzé, gli animali più simili a noi dal punto di vista genetico e probabilmente anche comportamentale. È perché gli uomini sono, e sono stati nel corso della storia, i costruttori di città, gli ingegneri, gli scultori, i muratori, i boscaioli, gli addetti ai macchinari pesanti.38 L'ordine è Dio Padre, l'eterno giudice, detentore del libro mastro e dispensatore di ricompense e punizioni. L'ordine è l'esercito di poliziotti e soldati in tempo di pace. È la cultura politica, l'ambiente aziendale e il sistema. È il soggetto di “pensano” in “Sai come la pensano”. Sono le carte di credito, le aule scolastiche, le code alla cassa del supermercato, il rispetto dei turni, i semafori e i tragitti quotidiani dei pendolari. L'ordine, se esasperato, se squilibrato, può manifestarsi anche con distruttività e terrore. Lo fa nelle migrazioni forzate, nei campi di concentramento e nell'uniformità, che consuma l'anima, da marcia militare.
Il caos, l'ignoto, è simbolicamente associato al femminile. In parte è così perché tutte le cose che abbiamo imparato a conoscere sono nate, in origine, dall'ignoto, proprio come tutti gli esseri che incontriamo sono nati da una madre. Il caos è mater, origine, fonte, madre, materia, la sostanza di cui tutte le cose sono fatte. È anche ciò che conta, l'argomento stesso del pensiero e della comunicazione. Nella versione positiva, il caos è la possibilità stessa, la sorgente delle idee, il misterioso regno della gestazione e della nascita. Come forza negativa, è l'oscurità impenetrabile di una grotta e l'incidente sul ciglio della strada. È la madre grizzly, così attenta ai propri cuccioli, che ti individua come potenziale predatore e ti fa a pezzi.
Il caos, l'eterno femminino, è anche la forza schiacciante della selezione sessuale. Le donne sono compagne esigenti (a differenza degli scimpanzé femmine, le loro controparti animali più simili39). La maggior parte degli uomini non soddisfa gli standard delle donne. È per questo che le donne attive nei siti di incontri giudicano l'85 per cento degli uomini inferiore alla media, quanto ad avvenenza.40 È per questo che complessivamente abbiamo un numero di antenati femminili doppio rispetto agli antenati maschili.41 È donna la natura che guarda metà degli uomini e dice: “No!”. Per gli uomini è un incontro diretto con il caos, che si verifica con forza devastante ogni volta che ricevono un rifiuto a una richiesta di appuntamento. La selettività delle donne è ciò che ci differenzia molto dall'antenato che abbiamo in comune con gli scimpanzé. La tendenza delle donne a dire di no, più di ogni altra forza, ha spinto la nostra specie a evolversi verso creature creative, industriose, erette e dal grande cervello, quindi competitive, aggressive e prepotenti, corrispondenti a ciò che siamo oggi.42 La natura è la donna che dice: “Ehi, sei un buon amico ma ciò che ho visto finora di te non mi ha mai rivelato che il tuo corredo genetico sia idoneo per la propagazione della specie.”
I simboli religiosi più sentiti basano gran parte della loro forza su questa classificazione concettuale essenzialmente bilaterale. La stella di David è, per esempio, l'unione del triangolo rivolto verso il basso, simbolo della femminilità, e del triangolo che punta verso l'alto, simbolo del maschile. È lo stesso per lo yoni e il lingam dell'induismo, che sono ricoperti di serpenti, nostri antichi avversari e provocatori: lo Shiva Linga è raffigurato attorniato da divinità serpenti chiamate Naga. Gli antichi egizi rappresentavano Osiride, dio della civiltà, e Iside, dea degli inferi, come due cobra con la coda annodata insieme. Lo stesso simbolo è stato usato in Cina per ritrarre Fuxi e Nuwa, creatori dell'umanità e della scrittura. Le rappresentazioni cristiane sono meno astratte, più simili a personalità umane, ma le familiari immagini occidentali della Vergine Maria con il Cristo bambino e della Pietà esprimono entrambe la duplice unità di femminile e maschile, così come la tradizionale raffigurazione androgina di Cristo.43
Va inoltre notato, infine, che la stessa struttura morfologica del cervello umano sembra riflettere questa dualità. Ciò per me indica la realtà fondamentale, oltre la metafora, della ripartizione simbolica tra femminile e maschile, dal momento che il cervello si adatta, per definizione, alla realtà stessa, ovvero alla realtà concettualizzata secondo questa prospettiva, quasi darwiniana. Elkhonon Goldberg, allievo del grande neuropsicologo russo Alexander Luria, sostenne con lucidità e chiarezza che la struttura emisferica della corteccia riflette la divisione fondamentale tra novità (l'ignoto o il caos) e l'abitudine (l'ordine noto).44 Goldberg non citava a supporto della propria teoria dei simboli che rappresentano la struttura del mondo, ma questo è tanto di guadagnato: un'idea è più credibile se emerge come conseguenza di indagini condotte in diversi campi.45
Lo sappiamo già, ma non sappiamo di saperlo. Lo comprendiamo immediatamente, però, se è articolato così. Tutti comprendono l'ordine e il caos, il mondo diurno e il mondo sotterraneo, se spiegati in questo modo. Abbiamo tutti una palpabile sensazione del caos che è in agguato dietro ogni cosa familiare. Ecco perché comprendiamo le storie strane e surreali di “Pinocchio”, “La bella addormentata”, “Il Re Leone”, “La Sirenetta” e “La Bella e la Bestia”, con i loro paesaggi eterni di noto e ignoto, mondo diurno e mondo sotterraneo. Tutti siamo stati in questi luoghi, a volte per caso, a volte per scelta.
Molte cose cominciano a trovare una propria collocazione, se inizi a comprendere consapevolmente il mondo secondo questa prospettiva. È come se il sapere del corpo e dell'anima si allineasse alla conoscenza intellettuale. E c'è di più: questo sapere è prescrittivo, oltre che descrittivo. È il tipo di conoscenza da cui si capisce come tutto è e come tutto dovrebbe essere. La giustapposizione taoista di yin e yang, per esempio, non rappresenta semplicemente il caos e l'ordine come elementi fondamentali dell'Essere, ma indica anche come agire. La Via, il sentiero taoista della vita, è rappresentata sulla linea di contatto tra i serpenti gemelli, è il percorso dell'Essere giusto. È la stessa via cui si riferisce Cristo in Giovanni 14:6: “Io sono la via, la verità e la vita”. La stessa idea è espressa in Matteo 7,14: “Perché stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e soltanto pochi la trovano”.
Abitiamo eternamente un ordine circondato dal caos. Occupiamo eternamente un territorio conosciuto circondato dall'ignoto. Se riusciamo a mediare adeguatamente tra questi aspetti, sperimentiamo un coinvolgimento importante. Siamo adattati, nel più profondo senso darwiniano, non al mondo degli oggetti, ma alle metarealtà dell'ordine e del caos, dello yang e dello yin, che costituiscono l'ambiente eterno e trascendente dei vivi.
Stare nell'ambito di quella fondamentale dualità significa essere equilibrati: avere un piede saldamente piantato nell'ordine e nella sicurezza e l'altro nel caos, nella possibilità, nella crescita e nell'avventura. Quando la vita si rivela all'improvviso intensa, avvincente e piena di senso, quando il tempo passa e sei così assorbito da quello che stai facendo da non accorgertene: è lì allora che ti trovi esattamente al confine tra ordine e caos. Il significato soggettivo che incontriamo in quel luogo è la risposta del nostro essere più profondo, il nostro sé istintivo, radicato neurologicamente ed evolutivamente, che indica che ci impegniamo per mantenere la stabilità ma anche per espandere il territorio abitabile, produttivo, dello spazio che è personale, sociale e naturale. È il posto giusto dove essere, in tutti i sensi. Ci sei quando e dove conta. È ciò che ti dice anche la musica, quando la ascolti e forse ancor di più se la balli, nel momento in cui l'alternarsi di schemi prevedibili e imprevisti fa scaturire il significato stesso dalle profondità più abissali del tuo essere.
Il caos e l'ordine sono elementi fondamentali, perché ogni situazione vissuta, o persino concepibile, è composta da entrambi. A prescindere da dove ci troviamo, ci confrontiamo con alcune cose che possiamo identificare, utilizzare e prevedere, e con altre che non conosciamo né comprendiamo. Non importa chi siamo, se un abitante del deserto del Kalahari o un banchiere di Wall Street, alcuni aspetti della realtà sono sotto il nostro controllo e altri no. Ecco perché in entrambi i casi possiamo comprendere le stesse storie e abitare entro i confini delle stesse verità eterne. Infine, il caos e l'ordine sono reali agli occhi di tutto ciò che è vivo, non solo per noi. Gli esseri viventi si trovano sempre in situazioni che riescono a dominare, circondati da altre che li rendono vulnerabili.
L'ordine non è abbastanza. Non puoi limitarti a essere equilibrato, sicuro e inscalfibile, perché ci sono ancora cose nuove fondamentali e importanti da imparare. Il caos, però, può essere troppo. Non puoi sopportare a lungo di essere travolto e sopraffatto oltre la tua capacità di resistenza, mentre impari ciò che hai ancora bisogno di conoscere. Quindi, devi poggiare un piede su ciò che hai imparato e compreso e l'altro su ciò che, al momento, stai esplorando e imparando a padroneggiare. Adesso ti trovi in quel territorio in cui l'angoscia esistenziale è sotto controllo, sei al sicuro ma allo stesso tempo attento e coinvolto. Qui c'è qualcosa di nuovo che puoi imparare a controllare, ed è qui che puoi migliorare. È qui che si trova il significato.
Il giardino dell'Eden
Come abbiamo detto in precedenza, le storie della Genesi provengono da diverse fonti. Dopo il più recente racconto “sacerdotale” di Genesi 1, che narra di come l'ordine sia emerso dal caos, arriva la seconda, e più antica, narrazione “jahvista”, che inizia, essenzialmente, con Genesi 2. Questo racconto, che utilizza il tetragramma YHWH (Jahvè) per indicare Dio, presenta la storia di Adamo ed Eva, insieme a una spiegazione molto più completa degli eventi del sesto giorno cui si fa riferimento nel capitolo precedente. La continuità tra le storie sembra essere il risultato di un accurato lavoro da parte di coloro che sono conosciuti dagli studiosi della Bibbia come “redattori” e che hanno intessuto le storie insieme, magari in seguito all'unione di due popoli di diverse tradizioni. L'illogicità che risultava dalla combinazione delle storie, che nel tempo continuava a moltiplicarsi, infastidì qualche studioso cosciente, coraggioso e ossessionato dalla coerenza.
Secondo la fonte “jahvista”, Dio crea in un primo momento l'Eden, che in aramaico - la presunta lingua di Gesù - significa luogo ben irrigato, o il Paradiso, da pairidaeza, che nell'antico iraniano o avestico, corrisponde a spazio circoscritto, giardino recintato o protetto. All'interno pone Adamo, circondato da ogni tipo di alberi da frutto, due dei quali sono distinti dagli altri: l'albero della vita e l'albero della conoscenza del bene e del male. Dio dice quindi ad Adamo che il giardino è colmo di tutta la frutta che desidera, ma aggiunge che il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male è proibito. In seguito, Dio crea Eva come compagna per Adamo.
Adamo ed Eva non sembrano molto consapevoli di quanto accade, all'inizio, quando vengono posti per la prima volta in Paradiso, e certamente non hanno coscienza di loro stessi. Come il racconto sottolinea, i genitori originari sono nudi, ma non provano vergogna. Tale affermazione implica innanzitutto che è perfettamente naturale e normale che le persone si vergognino della propria nudità, altrimenti non ci sarebbe nulla da dire sulla sua assenza, e in secondo luogo che c'è comunque qualcosa di sbagliato, nel bene e nel male, nella coppia originaria. Anche se ci sono eccezioni, le uniche persone che ora non si vergognerebbero trovandosi improvvisamente nude in un luogo pubblico sono i bambini di età inferiore ai tre anni. Infatti, un incubo comune a molti riguarda l'improvvisa apparizione di loro stessi, nudi, di fronte a un gran numero di persone.
Nel terzo capitolo della Genesi appare un serpente che in un primo momento, probabilmente, aveva le zampe. Dio solo sa perché abbia permesso che una tale creatura entrasse nel giardino, o perché ce l'abbia messa. Ho riflettuto molto sul senso della vicenda. In parte, sembra un riflesso della dicotomia ordine-caos che caratterizza tutta l'esperienza, in cui il Paradiso rappresenta l'ordine abitabile e il serpente recita il ruolo del caos. Il serpente nell'Eden riveste quindi la stessa funzione del punto nero nel lato yang del simbolo taoista, cioè la possibilità che l'ignoto e il rivoluzionario si manifestino all'improvviso dove tutto appare calmo. Non sembra possibile, neppure per Dio stesso, concepire uno spazio circoscritto completamente protetto dall'esterno: non nel mondo reale, con i suoi necessari confini, circondato dal trascendente. L'esterno, il caos, s'insinua sempre all'interno, perché nulla può essere completamente isolato dal resto della realtà. Quindi anche il luogo più protetto ospita inevitabilmente un serpente. C'erano sempre veri e propri serpenti, ogni giorno nell'erba e tra gli alberi del nostro primordiale paradiso africano.46 Anche se si fosse trovato un modo per cacciare tutti i serpenti, grazie all'opera di qualche primordiale san Giorgio, queste entità sarebbero tuttavia sopravvissute sotto le sembianze dei nostri primitivi rivali umani (nemici secondo le nostre limitate prospettive, sviluppate all'interno del gruppo di appartenenza e tenute insieme da legami di parentela e affinità). Dopotutto, tra i nostri antenati non mancavano conflitti e guerre, tribali o meno.47
E anche se avessimo sconfitto tutti i serpenti, rettili o umani, che ci assalivano dall'esterno, non saremmo comunque stati al sicuro. Né lo siamo ora. Del resto abbiamo visto che il nemico è in noi. Il serpente abita in ciascuna delle nostre anime. È il motivo, per quanto posso dire, della strana insistenza cristiana, resa più esplicita da John Milton, sul fatto che il serpente nel giardino dell'Eden fosse allo stesso tempo Satana, lo spirito del male stesso. L'importanza dell'identificazione simbolica, col suo incredibile splendore, non può di certo essere sottovalutata. È attraverso questo millenario esercizio di immaginazione che si è sviluppata l'idea dei concetti morali astratti, con tutto ciò che essi comportano. Un impegno che supera la comprensione è stato profuso nel formulare l'idea di bene e di male, in questa metafora che assomiglia a un sogno. Il peggiore di tutti i serpenti possibili è l'eterna propensione umana verso il male. Il peggiore di tutti i serpenti possibili è psicologico, spirituale, personale e interiore. Nessun muro, per quanto alto, lo terrà fuori. Anche se la fortezza fosse abbastanza massiccia da fermare tutto ciò che è male, esso riapparirebbe immediatamente all'interno. Come sottolineò il grande scrittore russo Aleksandr Solženicyn, la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni essere umano.48
Non è proprio possibile arginare con un muro una parte di realtà e rendere tutto ciò che è all'interno prevedibile e sicuro per sempre. Parte di ciò che è stato espulso dalla porta, seppur attentamente e con grande cura, rientrerà sempre dalla finestra. Un serpente, metaforicamente parlando, apparirà inevitabilmente. Il più attento dei genitori non può proteggere del tutto i propri figli, anche se li chiude in cantina, lontani dalle droghe, dall'alcol e dal porno online. In questo caso estremo, il genitore troppo prudente e troppo premuroso si limita a mettere se stesso al posto degli altri terribili problemi della vita. È il grande incubo edipico freudiano.49 È molto meglio responsabilizzare gli esseri che sono affidati alla tua cura piuttosto che proteggerli.
E anche se fosse possibile bandire per sempre tutto ciò che è minaccioso, tutto ciò che è pericoloso (e, quindi, ogni cosa impegnativa e interessante), ciò farebbe solo emergere un altro pericolo, quello dell'infantilismo permanente e dell'assoluta inutilità. Come potrebbe la natura umana raggiungere il pieno potenziale, in assenza di sfide o pericoli? Quanto diventeremmo noiosi e spregevoli se non avessimo più niente a cui prestare attenzione? Forse Dio ritenne che la nuova creazione sarebbe stata in grado di affrontare il serpente e considerò quella presenza il minore dei due mali.
Una domanda per i genitori: vuoi che i tuoi figli siano al sicuro o che siano forti?
In ogni caso, secondo il racconto antico c'è un serpente in giardino ed è una bestia astuta: difficile da vedere, inafferrabile, ingegnosa, ingannevole e traditrice. Pertanto non sorprende che decida di giocare un brutto tiro a Eva. Perché Eva, invece di Adamo? Potrebbe essere solo un caso. Le possibilità che il serpente scegliesse Eva erano del 50 per cento, statisticamente parlando, e quindi piuttosto alte. Ma ho imparato che le vecchie storie non contengono nulla di superfluo. Qualunque dettaglio accidentale, qualsiasi cosa non serva alla trama, viene presto lasciato cadere nel passaparola. Come afferma il drammaturgo russo Anton Cechov: “Se nel primo atto c'è un fucile appeso al muro, ci sarà uno sparo nell'atto successivo. Altrimenti non avrebbe motivo di esserci.”50 Forse l'Eva primordiale aveva qualche motivo in più per prestare attenzione ai serpenti di quanti ne avesse Adamo. Forse i serpenti erano più propensi, per esempio, a mordere i suoi bambini che vivevano sugli alberi. Forse è per questo che, ancora oggi, le figlie di Eva sono più protettive, consapevoli, paurose e nervose, anche e soprattutto nella più egalitaria delle moderne società umane.51 In ogni caso, il serpente dice a Eva che, se mangerà il frutto proibito, non morirà. Al contrario, i suoi occhi si apriranno. Diventerà come Dio, in grado di distinguere il bene dal male. Certo, il serpente non le dice che lei assomiglierà a Dio solo sotto quel punto di vista. Ma è un serpente, dopotutto. Eva è umana, vuole sapere di più, così decide di mangiare il frutto. E di colpo si sveglia: è cosciente, o forse consapevole di sé, per la prima volta.
Be', nessuna donna consapevole e sveglia tollera un uomo che lo non sia. Eva, quindi, condivide immediatamente il frutto con Adamo. Così anche Adamo diventa consapevole di sé. Poco è cambiato. Le donne svegliano e rendono gli uomini consapevoli di sé fin dall'alba dei tempi. Lo fanno principalmente rifiutandoli, ma anche rimproverandoli, se gli uomini non si prendono le proprie responsabilità. Non c'è da meravigliarsi, dal momento che le donne si assumono il fardello maggiore nell'ambito della riproduzione. È molto difficile immaginare come potrebbe essere altrimenti. Ma la capacità delle donne di criticare gli uomini e renderli consapevoli di sé, anche mettendoli a disagio, è ancora una forza primordiale della natura.
Ora, forse ti chiederai che c'entrano i serpenti con questa situazione. Bene, in primo luogo, è chiaramente di una certa importanza che tu li veda, perché potrebbero attaccarti, in particolare quando sei piccolo e vivi sugli alberi, come i nostri antenati arboricoli. La dottoressa Lynne Isbell, professoressa di antropologia ed etologia all'Università della California, ha suggerito che la vista straordinariamente acuta che è caratteristica quasi esclusiva degli esseri umani sia un adattamento generatosi in noi decine di milioni di anni fa dalla necessità di rilevare ed evitare il terribile pericolo dei serpenti, con i quali i nostri antenati erano costretti a convivere.52 È forse una delle ragioni per cui il serpente figura nel giardino del Paradiso come la creatura che ci ha dato la vista di Dio, oltre a servire come personificazione del nemico ancestrale ed eterno dell'umanità. È forse uno dei motivi per cui Maria, l'eterna madre archetipica, una Eva perfezionata, è comunemente raffigurata nell'iconografia medievale e rinascimentale mentre solleva il Cristo bambino, per allontanarlo il più possibile da un rettile predatore, che lei ha fermamente bloccato e incastrato sotto il piede.53 E c'è di più. È un frutto quello che il serpente offre, e il frutto è associato anche a una trasformazione della vista, in quanto la nostra capacità di vedere il colore è un adattamento che ci consente di riconoscere rapidamente i frutti maturi e quindi commestibili degli alberi.54
I nostri genitori primordiali ascoltarono il serpente e mangiarono il frutto. I loro occhi si aprirono. Entrambi si svegliarono. Forse penserai, come Eva all'inizio, che sia stata una buona cosa. A volte, però, mezzo regalo è peggio di nessun regalo. Adamo ed Eva si svegliano, va bene, ma solo quanto basta per scoprire cose terribili. Prima di tutto, si accorgono di essere nudi.
La scimmia nuda
Mio figlio iniziò a percepire la propria nudità prima di compiere tre anni. Voleva vestirsi da solo. Teneva la porta del bagno ben chiusa. Non si presentava in pubblico senza vestiti addosso. Non riuscivo assolutamente a capire come ciò potesse avere a che fare con l'educazione che aveva ricevuto. Era una sua scoperta, una sua presa di coscienza ed era lui a scegliere come agire. Mi sembrava qualcosa di innato.
Cosa significa sapere che sei nudo o, anche peggio, sapere che tu e il tuo partner siete nudi? Ogni sorta di cose terribili, che sono state espresse in maniera alquanto terrificante, per esempio, dal pittore rinascimentale Hans Baldung Grien. Nudo significa vulnerabile e facilmente attaccabile. Nudo significa esposto alle critiche per quanto riguarda la bellezza e la salute. Nudo significa indifeso e disarmato nella giungla della natura e dell'uomo. È il motivo per cui Adamo ed Eva si vergognarono, subito dopo che i loro occhi furono aperti. Erano in grado di vedere, e videro per prima cosa loro stessi. I loro difetti risaltavano. La loro vulnerabilità era in mostra. A differenza di altri mammiferi, il cui delicato addome è protetto da corazze dorsali simili ad armature, loro erano eretti, con le parti più vulnerabili del corpo esposte al mondo. E il peggio doveva ancora venire. Adamo ed Eva fabbricarono subito dei perizomi per coprire i loro corpi fragili e per proteggere il loro ego. Poi si affrettarono a nascondersi. Nella loro vulnerabilità, ora pienamente compresa, si sentivano indegni di stare davanti a Dio.
Se non riesci a identificarti con il sentimento provato da Adamo, significa che non ci stai pensando. La bellezza getta nella vergogna il brutto. La forza fa vergognare i deboli. La morte provoca vergogna ai vivi. L'ideale riempie di vergogna tutti noi. Quindi lo temiamo, lo offendiamo, arriviamo persino a odiarlo (e, naturalmente, è proprio il tema affrontato subito dopo nella Genesi, con la storia di Caino e Abele). Cosa dobbiamo fare? Abbandonare tutti gli ideali di bellezza, salute, intelligenza e forza? Non è una buona soluzione. Ciò riuscirebbe solo a garantirci un'eterna vergogna e a confermarci che ci meriteremmo ancora più giustamente la nostra condizione. Non pretendo certo che le donne capaci di lasciarci a bocca aperta con la loro sola presenza scompaiano, così da non metterci di fronte alla nostra autocoscienza. Non pretendo certo che geni come John von Neumann svaniscano, solo perché io comprendo a stento la matematica. All'età di diciannove anni, egli ridefinì i numeri ordinali.55 Ringrazio Dio per l'esistenza di John von Neumann. Grazie a Dio per Grace Kelly e Anita Ekberg e Monica Bellucci. Sono orgoglioso di sentirmi indegno in presenza di persone così. È il prezzo che tutti paghiamo per avere obiettivi, risultati e ambizioni. Ma non c'è da meravigliarsi che Adamo ed Eva si siano coperti.
Il seguito della storia è decisamente farsesco, a mio parere, ma anche tragico e terribile. Quella sera, quando nell'Eden scende il fresco, Dio esce per una passeggiata. Ma Adamo non c'è. L'assenza lascia perplesso Dio, che è abituato a camminare insieme a lui. “Adamo” chiama Dio, in apparenza dimenticando di essere in grado di vedere attraverso i cespugli. “Dove sei?”. Adamo si mostra immediatamente, ma in maniera pessima: prima come un nevrotico; poi, come uno spione. Il creatore di tutto l'universo chiama e Adamo risponde: “Ti ho sentito, Dio. Ma ero nudo e mi sono nascosto.” Che cosa significa? Significa che le persone, sconvolte dalla propria vulnerabilità, temono di dire la verità, di mediare tra il caos e l'ordine e di manifestare il proprio destino. In altre parole, hanno paura di camminare insieme a Dio. Non è forse particolarmente degno di ammirazione, ma di sicuro è comprensibile. Dio è un padre che giudica secondo standard elevati: è difficile da accontentare.
Dio domanda: “Chi ti ha detto che eri nudo? Hai mangiato qualcosa che non dovevi?”. E Adamo, nella sua meschinità, punta il dito verso Eva, il suo amore, la compagna, l'anima gemella, e fa la spia. Poi incolpa Dio. Dice: “La donna che mi hai messo accanto me l'ha dato (e allora l'ho mangiato).” Patetico e preciso. La prima donna ha reso il primo uomo consapevole di sé e pieno di risentimento. Quindi il primo uomo ha accusato la sua compagna. E poi ha accusato Dio. È esattamente così che si sente, ancora oggi, ogni maschio respinto. In primo luogo, si sente piccolo, di fronte al potenziale oggetto del proprio amore, dopo che lei ha screditato la sua adeguatezza alla riproduzione. Poi maledice Dio per aver creato lei così stronza, lui stesso tanto inutile e forse anche privo di senso e l'Essere così profondamente imperfetto. Quindi si lascia andare a pensieri di vendetta. Reazioni profondamente spregevoli ma assolutamente comprensibili. Almeno la donna ha incolpato il serpente e più tardi è risultato che il serpente era Satana stesso, per quanto sembrasse improbabile. Pertanto, riusciamo a capire e a simpatizzare con l'errore di Eva. È stata ingannata da qualcuno di molto potente. Ma Adamo no. Nessuno l'ha forzato a pronunciare quelle parole.
Sfortunatamente, il peggio deve ancora venire, per l'Uomo o per la Bestia. Prima di tutto, Dio maledice il serpente, dicendogli che ora dovrà strisciare, senza zampe, per sempre a rischio di essere calpestato dagli umani arrabbiati. Poi dice alla donna che partorirà figli con dolore e desidererà un uomo indegno, a volte pieno di risentimento, che quindi le imporrà il suo destino biologico, per sempre. Cosa potrebbe significare? Forse rivela semplicemente che Dio è un tiranno maschilista, come evidenziano le interpretazioni politicamente orientate della storia antica. Io però penso che sia semplicemente una mera constatazione. Ed ecco perché: a mano a mano che gli esseri umani si evolvevano, il cervello che alla fine ha dato origine all'autocoscienza si è espanso moltissimo. Ciò ha provocato una “corsa evolutiva” giocata tra la testa del feto e il bacino femminile.56 La femmina allargò graziosamente i propri fianchi, quasi al punto da non riuscire più a correre. Il bambino, da parte sua, cominciò a nascere con più di un anno di anticipo rispetto ad altri mammiferi della stessa taglia e sviluppò una testa semireclinabile.57 Fu ed è tuttora un adattamento doloroso per entrambi. Il bambino è quasi completamente dipendente dalla madre nel primo anno di vita. Il fatto che il suo grande cervello sia programmabile significa che, prima di essere spinto ad abbandonare il nido, deve ricevere una formazione fino all'età di diciotto (o trenta) anni. E non abbiamo ancora detto nulla del dolore che prova la donna durante il parto e dell'alto rischio di morte per lei e il bambino. Tutto ciò significa che le donne pagano un prezzo molto elevato per la gravidanza e per la crescita dei figli, in particolare nelle prime fasi, e che una delle conseguenze inevitabili è una maggiore dipendenza dall'aiuto, talvolta inaffidabile e sempre problematico, degli uomini.
Dopo che Dio ha rivelato a Eva cosa sta per accadere, ora che si è risvegliata, si rivolge ad Adamo, che, insieme ai discendenti maschi, non se la cava di certo meglio. Dio dice qualcosa del tipo: “Uomo, poiché hai dato ascolto alla donna, i tuoi occhi sono stati aperti. La vista, simile a quella divina, che ti è stata donata dal serpente, dal frutto e dall'amata, ti permette di guardare lontano, anche nel futuro. Ma quelli che vedono nel futuro riescono a vedere anche i continui problemi che si presenteranno, e devono quindi prepararsi a ogni eventualità e a ogni possibilità. Perciò dovrai sacrificare eternamente il presente per il futuro. Dovrai mettere da parte il piacere per garantirti la sicurezza. In breve: sarai costretto a lavorare. E sarà difficile. Spero che ti piacciano le spine e i rovi, perché ne dovrai estirpare molti.”
Poi Dio scaccia il primo uomo e la prima donna dal Paradiso, fuori dall'infanzia, dal mondo animale inconscio, verso gli orrori della storia. E mette dei cherubini dotati di una spada fiammeggiante davanti alla porta dell'Eden, per impedire loro di mangiare il frutto dell'albero della vita. Questa decisione, in particolare, appare piuttosto meschina. Perché non rendere subito immortali i poveri umani, soprattutto se comunque, a quanto si dice, questo è il programma per il futuro ultimo? Ma chi oserebbe mettere in discussione l'operato di Dio?
Forse il Cielo è qualcosa che dobbiamo costruire, e l'immortalità qualcosa che dobbiamo guadagnarci.
E così torniamo alla nostra domanda originale: perché qualcuno dovrebbe comprare i farmaci che gli sono stati prescritti per il cane, e quindi curarlo con tanta attenzione, e non fare lo stesso per sé? Ora hai la risposta, che abbiamo tratto da uno dei testi fondamentali dell'umanità. Perché qualcuno dovrebbe prendersi cura di qualcosa di nudo, brutto, pieno di vergogna, spaventato, senza valore, codardo, risentito, sulla difensiva e accusatore, come un discendente di Adamo? Anche se quella cosa, quell'essere, è lui stesso? E così dicendo, non intendo affatto escludere le donne.
Tutte le ragioni sopraelencate, che ci portano ad avere una scarsa opinione dell'umanità, sono applicabili a noi stessi nella stessa misura con cui lo sono agli altri. Sono generalizzazioni sulla natura umana, niente di più specifico. Ma tu sai molto di più sul tuo conto. Hai diversi limiti, come tutti gli altri. Ma solo tu conosci l'intera gamma dei tuoi peccati, delle mancanze e delle inadeguatezze segrete. Nessuno conosce più di te tutte le imperfezioni della tua mente e del tuo corpo. Nessuno ha più motivi di te per disprezzarti e vedere quanto sei patetico: se ti neghi qualcosa che potrebbe farti del bene, riesci a punirti per tutti i tuoi fallimenti. Un cane, un cane innocuo, innocente, spontaneo, è chiaramente più meritevole.
Ma se non ne sei ancora convinto, prendiamo in considerazione un altro aspetto fondamentale. Ordine, caos, vita, morte, peccato, visione, lavoro e sofferenza: non bastano agli autori della Genesi, né all'umanità stessa. La storia continua, in tutto il suo caos e dolore, e le persone coinvolte, che siamo noi, devono fare i conti con un altro doloroso risveglio. Da quel momento in poi siamo destinati a riflettere sulla moralità stessa.
Il bene e il male
Adesso che i loro occhi sono aperti, Adamo ed Eva comprendono qualcosa che va oltre la nudità e la necessità di lavorare duramente. Arrivano anche a conoscere il bene e il male. Il serpente, riferendosi al frutto, dice: “Perché Dio sa che nel giorno in cui ne mangerete, allora i vostri occhi si apriranno e voi sarete come dèi, capaci di riconoscere il bene e il male”. Cosa potrebbe significare? Cosa potrebbe essere rimasto da esplorare e a cui rapportarsi? Be', il contesto indica che deve avere a che fare con giardini, serpenti, disobbedienza, frutta, sessualità e nudità. È stato l'ultimo aspetto, la nudità, ad avermi messo sulla giusta strada. Mi ci sono voluti anni.
I cani sono predatori. E lo sono anche i gatti: uccidono per mangiare. Non è una cosa carina. Ma noi, a prescindere da questo aspetto, li accoglieremo comunque come animali domestici, li cureremo e daremo loro le medicine se sono malati. Perché? Sono predatori, ma è la loro natura: non ne hanno colpa. Sono affamati, non malvagi. Non hanno la presenza mentale, la creatività e, soprattutto, la coscienza di sé necessarie per arrivare ai vertici ispirati della crudeltà umana.
Perché no? È semplice. A differenza nostra, i predatori ignorano la loro fondamentale debolezza, la loro basilare vulnerabilità e la loro stessa schiavitù nei confronti del dolore e della morte. Invece noi sappiamo esattamente come e dove possiamo essere feriti, e perché. È una buona definizione di consapevolezza di sé. Siamo consapevoli della nostra incapacità di difenderci, della nostra finitezza e mortalità. Riusciamo a provare dolore, disgusto di noi, vergogna e orrore, e lo sappiamo. Sappiamo cosa ci fa soffrire. Sappiamo come possono esserci inflitti terrore e dolore, e ciò significa che sappiamo esattamente come infliggerli agli altri. Conosciamo la nostra nudità e sappiamo come sfruttarla, e a maggior ragione lo sappiamo fare con gli altri.
Possiamo terrorizzare le altre persone, consapevolmente. Possiamo ferirle e umiliarle per difetti che capiamo fin troppo bene. Possiamo torturarle, letteralmente, lentamente, abilmente e terribilmente. È molto più che cacciare una preda. È un cambiamento qualitativo nella nostra comprensione. È uno sconvolgimento altrettanto grande quanto lo sviluppo della stessa autocoscienza. È l'entrata in gioco, nel mondo, della conoscenza del bene e del male. È una seconda frattura non ancora guarita nella struttura dell'esistenza. È la trasformazione dell'Essere stesso in un'impresa morale, e riguarda unicamente lo sviluppo di un'autocoscienza sofisticata.
Solo l'uomo poteva concepire strumenti di tortura come il cavalletto, la vergine di Norimberga e il serrapollici. Solo l'uomo infligge sofferenza fine a se stessa. È la migliore definizione di male che sono riuscito a formulare. Gli animali non ci riescono, ma gli umani, con le loro capacità atroci e semidivine, possono certamente farlo. E sapendo ciò, abbiamo la legittimazione quasi completa dell'idea, molto impopolare nei circoli intellettuali moderni, del peccato originale. E chi oserebbe dire che non ci sia stata una scelta volontaria alla base della nostra trasformazione evolutiva, individuale e teologica? I nostri antenati scelsero i propri partner sessuali e li selezionarono in base alla loro consapevolezza? Alla consapevolezza di sé? Alla coscienza morale? E chi può negare il senso di colpa esistenziale che pervade l'esperienza umana? Chi non sarebbe pronto a riconoscere che senza quella colpa, senza quel senso di corruttibilità intrinseca e di capacità di trasgressione, un uomo si troverebbe a un passo dal diventare psicopatico?
Gli esseri umani hanno una grande capacità di agire in maniera ingiusta. È una caratteristica unica fra i viventi. Possiamo peggiorare le cose, e lo facciamo, volontariamente, con la piena consapevolezza di ciò che stiamo facendo, oltre che per disattenzione e cercando di non vedere. Data la nostra terribile capacità, l'inclinazione a compiere azioni malvagie, c'è da stupirsi che abbiamo difficoltà a prenderci cura di noi stessi o degli altri, o anche che dubitiamo del valore dell'intera umanità? E siamo stati diffidenti nei nostri stessi confronti, per una buona ragione e per un tempo molto lungo. Migliaia di anni fa, gli antichi abitanti della Mesopotamia credevano, per esempio, che l'umanità fosse stata creata dal sangue di Kingu, il mostro più terribile che la grande Dea del Caos potesse produrre, nei suoi momenti più vendicativi e distruttivi.58 Dopo aver tratto queste conclusioni, come non mettere in discussione il valore del nostro essere e persino dell'Essere stesso? Chi potrebbe quindi affrontare la malattia, in se stesso o in un'altra persona, senza dubitare dell'utilità morale della prescrizione di una sostanza curativa? E nessuno comprende l'oscurità di un individuo meglio dell'individuo stesso. Chi, quindi, quando è malato, s'impegnerà pienamente nel curarsi?
Forse l'uomo è qualcosa che non sarebbe mai dovuto esistere. Forse il mondo dovrebbe essere persino purificato da ogni presenza umana, perché l'Essere e la coscienza possano far ritorno alla brutale innocenza dell'animale. Credo che le persone che affermano di non aver mai desiderato una cosa del genere non usino la loro memoria né affrontino le loro fantasie più oscure.
Che cosa dobbiamo fare, quindi?
Una scintilla divina
In Genesi 1, Dio crea il mondo con il Verbo divino e infuso di verità, generando l'ordine abitabile e paradisiaco dal caos pre cosmogonico. Egli crea quindi l'uomo e la donna a propria immagine e somiglianza, infondendo in loro la capacità di fare lo stesso, ossia di creare ordine dal caos e continuare così la sua opera. In ogni fase della creazione, compresa la formazione della prima coppia, Dio riflette su ciò che è stato generato e lo reputa “buono”.
La giustapposizione di Genesi 1 e di Genesi 2 e 3, in cui si delinea la caduta dell'uomo, spiegando perché il nostro destino è così tragicamente tormentato ed eticamente tortuoso, produce una sequenza narrativa quasi insopportabile nella sua profondità. La morale di Genesi 1 è che l'Essere creato attraverso la vera parola è buono. E ciò è vero anche per l'uomo stesso, prima della separazione da Dio. La bontà viene terribilmente sconvolta dagli eventi della caduta e in seguito dalle vicende di Caino e Abele, del Diluvio universale e della Torre di Babele, però conserviamo in noi un accenno di come eravamo prima della caduta. Ricordiamo, per così dire. Portiamo sempre in noi la nostalgia per l'innocenza infantile, per l'essenza divina e inconscia degli animali e per la foresta primordiale ancora intatta, simile a una cattedrale. Troviamo sollievo in queste cose. Le adoriamo, anche se poi ci proclamiamo antiumanisti ecologisti e miscredenti della peggior specie. Lo stato originario della natura, così concepito, è paradisiaco. Ma noi non siamo più un tutt'uno con Dio e con la natura, e non è possibile tornare semplicemente indietro.
L'uomo e la donna originari, che formavano un'unità ininterrotta con il loro creatore, non sembravano coscienti e di certo non erano consapevoli di sé. I loro occhi non erano aperti. Ma, nella loro perfezione, valevano meno, non di più, delle loro controparti successive alla caduta. La loro bontà era qualcosa che avevano ricevuto in dono, piuttosto che meritato o conquistato. Non avevano compiuto alcuna scelta. Dio sa se non sia più facile così. Ma forse non è meglio, per esempio, della bontà conquistata sinceramente. Forse, anche in un certo senso cosmico, assumendo che la coscienza stessa sia un fenomeno di significato cosmico, la libera scelta conta. Chi può parlare con certezza di queste cose? Non sono disposto però a non considerare questi interrogativi solo perché sono difficili da affrontare. Quindi, ecco cosa possiamo affermare: forse non è solo l'emergere dell'autocoscienza e la consapevolezza morale della morte e della caduta ad assillarci e a farci mettere in discussione il nostro valore. Forse è invece la nostra riluttanza (che si riflette nel nascondersi vergognoso di Adamo) a camminare con Dio, nonostante la nostra fragilità e la propensione al male.
L'intera Bibbia è strutturata in maniera che ogni cosa successiva alla caduta - dalla storia di Israele, ai profeti, alla venuta di Cristo - sia presentata come un rimedio a quella caduta, una via per uscire dal male. L'inizio della storia cosciente, l'ascesa dell'idea di Stato e di tutte le sue problematiche legate all'orgoglio e alla rigidità, l'emergere di grandi figure morali che cercano di rimettere le cose a posto e che culminano nel Messia stesso: è tutto parte del tentativo che l'umanità fa, se Dio vuole, di sistemare la propria situazione. Che cosa significa?
La sorprendente risposta è già implicita in Genesi 1. Dobbiamo incarnare l'immagine di Dio per far emergere, con la nostra parola, l'Essere che è buono dal caos, ma farlo consapevolmente, per nostra libera scelta. “All'indietro” è la via in avanti, come T. S. Eliot ha giustamente sottolineato, ma all'indietro come un essere risvegliato, scegliendo correttamente, invece di cadere di nuovo nel sonno:
Noi non cesseremo l'esplorazione
e la fine di tutto il nostro esplorare
sarà giungere là dove partimmo
e conoscere il luogo per la prima volta.
Attraverso l'ignoto rimembrato
cancello dove l'ultima terra da conoscere
è quella che era il principio;
alle sorgenti del più lungo fiume
la voce della cascata nascosta
e i bambini tra i rami del melo
non noti, poiché non attesi
ma uditi, quasi uditi nel silenzio
tra due onde del mare. Su
presto, qui, ora sempre -
Una condizione di completa
semplicità (che costa
non meno di ogni cosa) e tutto
sarà bene e ogni genere di cose
sarà bene, quando le lingue di fuoco si
annoderanno
nel nodo di fuoco incoronato
e il fuoco e la rosa saranno una cosa sola.
(“Little Gidding”, Quattro Quartetti, 1943)
Se desideriamo prenderci cura di noi stessi correttamente dovremmo rispettarci, ma non lo facciamo, perché siamo anche ai nostri occhi creature cadute. Se vivessimo nella verità, se dicessimo la verità, allora potremmo camminare ancora a fianco di Dio e rispettare noi stessi, gli altri e il mondo. Quindi, potremmo trattarci come persone a cui teniamo. Potremmo sforzarci di far andare il mondo per il verso giusto. Potremmo orientarlo verso il Paradiso, dove vorremmo che abitassero le persone che abbiamo amato, invece che verso l'inferno, cui il nostro risentimento e livore condannerebbero sempre tutti.
Nelle aree in cui il cristianesimo emerse, duemila anni fa, le persone erano molto meno evolute di quanto lo siano oggi. Il conflitto era ovunque. Il sacrificio umano, compreso quello dei bambini, era un evento normale, anche nelle società tecnologicamente sofisticate come quella dell'antica Cartagine.59 A Roma, i giochi nell'arena erano competizioni mortali, in cui lo spargimento di sangue era abituale. Le probabilità che una persona di oggi, che abita in un Paese realmente democratico, uccida o sia uccisa sono infinitamente basse rispetto a quanto avveniva nelle società del passato o a quanto accade ancora, nelle aree non organizzate e caotiche del mondo.60 Allora la principale questione morale con cui la società si confrontava era il controllo dell'egoismo violento e impulsivo e dell'avidità e della brutalità insensate che lo accompagnano. Ci sono anche oggi persone che hanno simili tendenze aggressive. Almeno ora sanno che un tale comportamento non è ottimale e cercano di controllarlo o, se non lo fanno, si trovano di fronte a grandi ostacoli sociali.
Ma adesso è sorto anche un altro problema, che forse nei più difficili tempi passati era meno comune. È facile credere che le persone siano arroganti ed egoiste e si prendano cura solo di se stesse. Il cinismo che rende questa opinione una verità universale è diffuso e alla moda. Ma un tale approccio al mondo non è affatto comune ai più, i quali invece hanno il problema opposto: sopportano carichi intollerabili di disgusto e disprezzo di sé, vergogna e imbarazzo. Quindi, anziché pavoneggiarsi narcisisticamente, non si apprezzano affatto e non si prendono cura di loro stessi con sufficiente attenzione e competenza. Sembra che spesso non credano di meritare davvero le migliori cure. Sono terribilmente consapevoli dei propri difetti e delle proprie mancanze, reali oppure ingigantite, e si vergognano dubitando del proprio valore. Credono che le altre persone non dovrebbero soffrire e lavorano diligentemente e altruisticamente per aiutarle ad alleviare la loro sofferenza. Estendono questa stessa premura anche agli animali, ma non la applicano altrettanto facilmente a se stessi.
È vero che l'idea del sacrificio virtuoso è profondamente radicata nella cultura occidentale, almeno nella misura in cui l'Occidente risente dell'influsso del cristianesimo, che si basa sull'imitazione di qualcuno che ha compiuto l'atto supremo del sacrificio di sé. Qualunque affermazione secondo cui la regola d'oro non significa immolarsi per gli altri potrebbe quindi apparire dubbia. Ma la morte archetipica di Cristo è un esempio che ci mostra come accettare eroicamente la finitezza, il tradimento e il sopruso, come camminare insieme a Dio nonostante la tragedia dell'autocoscienza, e non una direttiva che ci impone di accanirci su noi stessi in favore degli altri. Sacrificarci a Dio o al bene supremo, se si preferisce, non significa soffrire in silenzio e volontariamente quando qualche persona o azienda esigono in continuazione da noi più di quello che sono capaci di darci in cambio. Ciò significa che stiamo sopportando il sopruso e che permettiamo a noi stessi di essere trattati come schiavi. Non è virtuoso lasciarsi vittimizzare da un bullo, anche se quel bullo siamo noi stessi.
Ho appreso due lezioni molto importanti da Carl Jung, il famoso psicologo svizzero dell'inconscio, sul “fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” o sull'“amare il prossimo tuo come te stesso”. La prima lezione è che nessuna di queste affermazioni ha qualcosa a che fare con la gentilezza. La seconda è che entrambe le affermazioni sono equazioni, piuttosto che ingiunzioni. Se sono amico di qualcuno, se siamo parte della stessa famiglia o se siamo amanti, allora sono moralmente obbligato a negoziare a mio favore tanto quanto l'altra persona fa per sé. Se non ci riuscirò, finirò schiavo e l'altra persona diventerà un tiranno. Che senso ha? È molto meglio, nell'ambito di qualsiasi tipo di relazione, se entrambe le parti sono forti. Inoltre, c'è poca differenza tra difenderti e far sentire la tua voce quando sei vittima di bullismo o assillato o asservito e aiutare qualcun altro e parlare in sua difesa. Come sottolinea Jung, ciò significa abbracciare e amare il peccatore che è in te tanto quanto perdonare e aiutare qualcun altro che sta commettendo un passo falso ed è imperfetto.
Come afferma Dio stesso (così si dice): “A me la vendetta, sono io che ricambierò”. Secondo questa filosofia, noi non apparteniamo semplicemente a noi stessi. Non sei semplicemente un oggetto di tua proprietà da rovinare e maltrattare a tuo piacimento. Ciò accade in parte perché il tuo essere è inesorabilmente legato a quello degli altri e, se maltratti te stesso, possono esserci conseguenze catastrofiche per gli altri. È forse evidente in maniera palese in seguito al suicidio di una persona, quando quelli che sono rimasti si ritrovano spesso disperati e traumatizzati. Ma, metaforicamente parlando, devi sapere anche questo: dentro di te c'è una scintilla divina, che non appartiene alla tua persona ma a Dio. Dopo tutto, secondo la Genesi, siamo fatti a sua immagine e somiglianza. Abbiamo la capacità semidivina della consapevolezza. La nostra consapevolezza concorre alla creazione dell'Essere tramite la parola. Siamo versioni kenotiche, a bassa risoluzione, di Dio. Possiamo creare l'ordine dal caos e viceversa nel nostro mondo, con le nostre parole. Quindi, anche se non siamo esattamente Dio, non si può certo dire che siamo privi di valore.
Nei miei periodi di buio, nel mondo sotterraneo dell'anima, mi trovo spesso sopraffatto e stupito dalla capacità delle persone di amarsi l'un l'altra, di amare i loro partner, i genitori e i figli, e di fare ciò che devono per mantenere in funzione la macchina del mondo. Conoscevo un uomo, ferito e reso invalido da un incidente d'auto, che lavorava per un'azienda di distribuzione dell'energia elettrica. Per anni dopo l'incidente aveva lavorato fianco a fianco con un altro uomo, che invece soffriva di una malattia neurodegenerativa. Collaboravano insieme quando dovevano riparare le linee e ognuno compensava le mancanze dell'altro. Questa sorta di eroismo quotidiano è la regola, credo, piuttosto che l'eccezione. La maggior parte delle persone affronta uno o più problemi di salute, lavorando produttivamente e senza lamentarsi. Se qualcuno è abbastanza fortunato da trovarsi personalmente in un raro periodo di grazia e salute, in genere ha almeno un parente stretto che sta vivendo una situazione difficile. Eppure le persone trionfano e riescono a svolgere compiti complessi e impegnativi per tenere insieme se stesse, le loro famiglie e la società. Per me è miracoloso, al punto che una sbalordita gratitudine è l'unica risposta appropriata. Le cose intorno a noi possono andare in pezzi o non funzionare del tutto in moltissimi modi diversi, e sono sempre persone ferite a tenerle insieme. Queste persone meritano un'ammirazione vera e autentica. È un continuo miracolo di coraggio e perseveranza.
Nella mia pratica clinica incoraggio i miei assistiti a riconoscere a se stessi e a chi li circonda il merito di agire produttivamente e con attenzione e a dare un valore alla genuina preoccupazione e premura che manifestano nei confronti degli altri. Le persone sono tanto tormentate dalle limitazioni e dai vincoli dell'esistenza che mi stupisco che abbiano mai agito correttamente o che guardino al di là di loro stesse. Ma ciò accade in maniera sufficiente da rendere possibile avere il riscaldamento centralizzato e l'acqua corrente, il gas e l'elettricità, cibo a sufficienza per tutti e persino la capacità di contemplare il destino della più ampia società e della stessa, terribile, natura. Tutta quella complessa organizzazione che ci protegge dal congelamento, dalla fame e dalla morte per mancanza d'acqua tende incessantemente al malfunzionamento attraverso l'entropia, ed è solo una cura costante a farla funzionare così incredibilmente bene. Alcuni degenerano nell'inferno del risentimento e del livore per l'Essere, ma la maggior parte si rifiuta di farlo, nonostante la sofferenza, le delusioni, le perdite, le mancanze e la bruttezza, e, ancora una volta, questo è un miracolo per chi ha gli occhi per vedere.
L'umanità in toto merita empatia per lo spaventoso fardello che è costretta a portare e che la fa barcollare; merita altrettanta comprensione per la sua sottomissione alla vulnerabilità di fronte alla morte, alla tirannia dello Stato e alla durezza della natura. È una situazione esistenziale che nessun animale sperimenta né sopporta ed è di una gravità tale che solo un'entità divina potrebbe sopportarla. La compassione dovrebbe essere la giusta medicina per il disprezzo di sé, che ha una propria giustificazione, ma è solo metà della storia intera e corretta. L'odio per se stessi e per l'umanità deve essere bilanciato dalla gratitudine per la tradizione e per lo Stato e dallo stupore davanti a ciò che la gente normale compie ogni giorno, per non parlare delle incredibili e notevoli conquiste del sapere e della tecnica.
Meritiamo un po' di rispetto. Meriti un po' di rispetto. Sei importante per gli altri tanto quanto lo sei per te stesso. Hai un ruolo vitale da svolgere per il destino in continua evoluzione del mondo. Pertanto sei moralmente obbligato a prenderti cura di te stesso. Dovresti prenderti cura ed essere buono con te stesso, proprio come ti prendi cura, aiuti e sei buono con qualcuno che ami e apprezzi. Dovresti agire abitualmente nel rispetto del tuo essere, con una sufficiente equità. Ma le persone non sono all'altezza della gloria di Dio. Ognuno è profondamente imperfetto. Se, però, questo dato di fatto significasse che non abbiamo alcuna responsabilità di cui preoccuparci, nei confronti di noi stessi tanto quanto degli altri, allora tutti sarebbero duramente puniti, in ogni momento. Non sarebbe una cosa buona. Ciò renderebbe i limiti del mondo, che possono portare ogni persona che vi riflette sinceramente a metterne in discussione la giustizia, peggiori sotto ogni punto di vista. Proprio non può essere la strada giusta verso il progresso.
Trattare te stesso come se fossi qualcuno che si affida a te significa, invece, pensare a ciò che sarebbe veramente buono per la tua persona. Non si tratta di ciò che vuoi. Non è nemmeno ciò che ti renderebbe felice. Ogni volta che dai a un bambino qualcosa di dolce, lo rendi felice. Ciò non significa che l'unica cosa che puoi fare per un bambino è dargli una caramella dietro l'altra. Devi fare in modo che si lavi i denti e che sia ben coperto se esce al freddo, anche se potrebbe opporsi con forza. Devi aiutarlo a diventare un adulto serio, responsabile, sveglio e capace di piena reciprocità, in grado di prendersi cura di sé e degli altri e di crescere bene mentre lo fa. Perché pensi che sia accettabile fare qualcosa di meno per te stesso?
Devi considerare il futuro e pensare: “Che aspetto potrebbe avere la mia vita, se mi prendessi cura di me stesso? Quale tipo di lavoro sarà per me stimolante, mi renderà produttivo e utile, perché possa sopportare la mia parte del carico e goderne i frutti? Cosa dovrei fare, quando ho un po' di tempo libero, per migliorare la mia salute, ampliare le mie conoscenze e rinforzare il mio corpo?”. Hai bisogno di sapere dove ti trovi, per iniziare a tracciare il tuo percorso. Devi sapere chi sei, per comprendere quali strumenti hai a disposizione e potenziarti nel pieno rispetto dei tuoi limiti. Devi sapere dove stai andando, per limitare l'estensione del caos nella tua vita, per ripristinare l'ordine e usare la forza divina della speranza per cambiare il mondo.
Devi decidere dove andare per riuscire a negoziare a tuo favore, così non ti ritroverai pieno di risentimento, rancoroso e crudele. Devi chiarire quali sono i tuoi princìpi, per difenderti da chi ti sfrutta ingiustamente, in modo da essere al sicuro mentre lavori e ti diverti. Devi saperti regolare con attenzione. Devi mantenere le promesse che fai a te stesso e premiarti, per fidarti di te e motivarti. Devi determinare come comportarti verso te stesso per diventare e rimanere una brava persona. Sarebbe bello rendere il mondo un posto migliore. Il Paradiso, dopo tutto, non arriverà da solo. Devi lavorare per realizzarlo, e rafforzarti, così da resistere agli angeli mortali e alla spada fiammeggiante del giudizio che Dio ha usato per presidiarne l'ingresso.
Non sottovalutare il potere della visione e della direzione. Sono forze irresistibili, in grado di trasformare quelli che potrebbero sembrare ostacoli invincibili in strade aperte e in opportunità di crescita. Valorizza l'individualità. Inizia con te stesso. Prenditi cura di te. Definisci chi sei. Affina la tua personalità. Scegli la tua destinazione e disegna il tuo essere. Come il magnifico filosofo tedesco del XIX secolo, Friedrich Nietzsche, notò brillantemente: “Chi ha una ragione per vivere riesce a sopportare quasi ogni cosa.”61
Potresti aiutare a orientare il mondo, nella sua traiettoria incerta, un po' più verso il Cielo e un po' più lontano dall'inferno. Una volta che avrai capito l'inferno, e avrai indagato, per così dire, il tuo inferno personale, potresti decidere di non volerci stare e di non volerlo creare. Potresti avere altri obiettivi. Forse sceglierai, infatti, di dedicare la vita a questo obiettivo. Ti darebbe un Significato, con la “s” maiuscola. Giustificherebbe la tua triste esistenza. Espieresti così la natura di peccatore e sostituiresti la vergogna e l'imbarazzo con l'orgoglio spontaneo e la sicurezza schietta di qualcuno che ha imparato, di nuovo, a camminare al fianco di Dio nel giardino dell'Eden.
Potresti iniziare trattando te stesso come faresti con qualcuno che si è affidato a te.
È di grande interesse, a questo proposito, notare che il taijitu, composto da cinque parti (di cui si è parlato nel Capitolo 1 e fonte del più semplice simbolo yin/yang), indica come l'origine del cosmo, primariamente, abbia avuto luogo nell'assoluto indifferenziato, per poi dividersi in yin e yang (caos/ordine, maschile/femminile), successivamente nei cinque elementi (legno, fuoco, terra, metallo, acqua) e quindi, per dirla in breve, “nelle diecimila cose”. La Stella di David (caos/ordine, maschile/femminile) dà origine allo stesso modo ai quattro elementi di base: fuoco, aria, acqua e terra, da cui si forma tutto il resto. Un esagramma simile è usato dagli indù. Il triangolo con la punta rivolta verso il basso simboleggia Shakti, il femminile; il triangolo rivolto verso l'alto, Shiva, il maschile. I due componenti in sanscrito sono noti come om e hrim. Ecco alcuni esempi notevoli di parallelismo concettuale.
Secondo un'altra interpretazione, Dio divise l'individuo androgino originario in due parti, maschio e femmina. In questa prospettiva Cristo, il “secondo Adamo”, è anche l'Uomo originario, antecedente la suddivisione sessuale. Il significato simbolico dovrebbe essere chiaro a chi ha seguito l'argomento finora.


REGOLA 3
SCEGLI AMICI CHE VOGLIONO IL MEGLIO PER TE
LA CARA E VECCHIA CITTÀ NATIA

La città in cui sono cresciuto era stata sottratta solo cinquant'anni prima alla sconfinata prateria del Nord. Fairview, nella regione di Alberta, era una terra di frontiera e i bar per cowboy lo dimostravano. I grandi magazzini locali compravano ancora pellicce di castoro, lupo e coyote direttamente dai cacciatori. Ci abitavano tremila persone, a 400 miglia dalla città più vicina. TV via cavo, videogiochi e internet non esistevano. Non era facile trovare un passatempo innocente a Fairview, in particolare durante i cinque mesi invernali, nei lunghi periodi in cui le temperature diurne scendevano di norma a -40 °C e le notti erano ancora più fredde.
Il mondo è un luogo a parte quando fa così freddo. Gli ubriachi nella nostra città terminavano presto le loro tristi vite. Perdevano i sensi cadendo sopra cumuli di neve alle tre del mattino e morivano congelati. Non si esce semplicemente per fare un giro, quando ci sono -40 °C. Al primo respiro, l'arida aria del deserto ti stritola i polmoni. Ti si forma del ghiaccio sulle ciglia e le palpebre si attaccano l'una all'altra. I capelli lunghi, umidi dopo la doccia, si solidificano e poi, quando entri in una casa riscaldata, iniziano a scongelarsi e, carichi di elettricità, ti si drizzano sulla testa, simili a quelli di uno spettro. I bambini osano appoggiare la lingua sulle altalene in acciaio dei parco giochi un'unica volta nella loro vita. Il fumo fuoriesce dai camini ma non arriva fino al cielo. Sconfitto dal freddo, scivola verso il basso e si raccoglie come nebbia sui tetti e nei cortili innevati. Di notte le auto devono essere collegate a un cavo elettrico per riscaldarne il motore affinché la benzina e l'olio non si ghiaccino, altrimenti al mattino non ripartirebbero. A volte non lo fanno comunque. A quel punto continui a girare la chiave d'accensione inutilmente fino a quando non senti più alcun rumore e la macchina si spegne. Quindi rimuovi la batteria congelata dall'auto, allentando i bulloni con le dita irrigidite dal freddo, e la porti in casa. La lasci lì per ore, finché non si scalda abbastanza da reggere una carica decente. E non riesci nemmeno a vedere nulla dal lunotto posteriore dell'auto. Si ghiaccia a novembre e rimane così fino a maggio. Se provi a raschiare via la neve, ottieni solo l'effetto di inumidire il lunotto termico, così si ghiaccia anche quello. Una sera, mentre andavo a trovare un amico, rimasi seduto per due ore sul bordo del sedile del passeggero di un vecchio Dodge Challenger, schiacciato contro la leva del cambio, mentre con uno straccio imbevuto di vodka tenevo pulito l'interno del parabrezza anteriore davanti all'autista perché il riscaldamento dell'auto si era bloccato. Fermarsi non era nemmeno da prendere in considerazione. Non c'era nessun posto dove fare sosta.
Per i gatti domestici era un inferno. I felini di Fairview avevano orecchie e coda corte perché avevano perso la punta di entrambe per congelamento. Assomigliavano alle volpi artiche, che hanno sviluppato quelle caratteristiche per affrontare il freddo intenso. Un giorno il nostro gatto uscì di casa senza che nessuno se ne accorgesse. Lo trovammo, più tardi, con la pelliccia che si era velocemente congelata sui freddi e duri gradini in cemento della porta sul retro, dove si era seduto. Staccammo con cautela il gatto dal cemento evitando che riportasse danni permanenti, tranne che all'orgoglio. In inverno i gatti di Fairview correvano un grande pericolo anche a causa delle auto, ma non per i motivi che potresti pensare. Non perché le automobili scivolavano sulle strade ghiacciate e li investivano. Solo i gatti sfigati morivano così. Il pericolo erano le auto appena parcheggiate. Un gatto infreddolito poteva arrampicarsi fin nel vano motore ancora caldo. Ma cosa succedeva se l'autista decideva di utilizzare nuovamente l'auto, prima che il gatto si fosse allontanato? Diciamo solo che gli animali domestici in cerca di calore e le ventole del radiatore non vanno molto d'accordo.
Dato che vivevamo tanto a nord, i pungenti inverni erano anche molto bui. A dicembre il sole non sorgeva fino alle 9,30 del mattino. Camminavamo a tentoni fino a scuola, nel buio pesto. Non era molto più chiaro quando rientravamo a casa, poco prima del tramonto. Per i giovani di Fairview non c'era molto da fare, nemmeno in estate. Ma gli inverni erano peggio. Allora gli amici erano importanti. Più di ogni altra cosa.
Il mio amico Chris e suo cugino
In quel periodo avevo un amico. Lo chiameremo Chris. Era un ragazzo intelligente: aveva letto tantissimi libri. Gli piacevano gli scrittori di fantascienza che amavo anch'io: Bradbury, Heinlein, Clarke. Era ingegnoso, interessato alle schede elettriche, agli ingranaggi e ai motori. Era un ingegnere nato. Tutto ciò veniva però oscurato da qualcosa che non andava nella sua famiglia. Non so cosa fosse. Le sorelle erano in gamba, il padre non alzava mai la voce e la madre era gentile. Le ragazze sembravano a posto, ma Chris era trascurato in qualche maniera che lui percepiva come molto importante. Nonostante l'intelligenza e la curiosità, era rancoroso, pieno di risentimento e anche disperato.
Tutto ciò si manifestò in forma oggettiva nelle sembianze del suo vecchio pickup Ford blu. Quel famigerato veicolo era costellato di ammaccature. Ancora peggio, riportava un numero equivalente di danni all'interno. Erano il risultato dell'impatto dei corpi degli amici di Chris contro le superfici interne dell'auto in seguito ai continui incidenti che avevano provocato le ammaccature esterne. Il pickup di Chris era l'esoscheletro di un nichilista. Sul paraurti c'era un adesivo perfetto: “Attenzione! C'è bisogno di gente all'erta” che, in evidente contrasto con le ammaccature, dava vita a un'ironia tipica del teatro dell'assurdo. In tutto questo c'era poco di casuale.
Ogni volta che Chris si schiantava a bordo del proprio pickup, il padre lo riparava e gli comprava un altro mezzo. Ricevette una moto e un furgone per vendere gelati. Non gli importò nulla della moto. Non vendette gelati. Spesso esprimeva insoddisfazione nei confronti del padre e del loro rapporto. Ma il padre era vecchio e non stava bene: la malattia però gli fu diagnosticata solo molti anni dopo. Non aveva molta energia e forse non riusciva a prestare al figlio l'attenzione che avrebbe dovuto. Magari era solo per questo motivo che la loro relazione si era guastata.
Chris aveva un cugino, Ed, di circa due anni più giovane. Mi piaceva, per quanto ti possa piacere il cugino più giovane di un amico adolescente. Era un ragazzo alto, intelligente, affascinante e di bell'aspetto. Anche lui era spiritoso. Se lo avessi incontrato quando aveva dodici anni, avresti pensato che lo attendeva una vita ricca di soddisfazioni. Ma Ed scivolò lentamente in uno stile di vita da sbandato e quasi alla deriva. Non diventò rancoroso tanto quanto Chris, ma era altrettanto confuso. Se avessi conosciuto gli amici di Ed, avresti detto che era stata l'influenza dei compagni ad averlo portato sulla cattiva strada. Ma i suoi amici non erano più persi o delinquenti di lui, anche se in genere erano un po' meno brillanti. La scoperta della marijuana, inoltre, non migliorò certo la situazione di Ed e Chris. La marijuana non è certo peggio dell'alcol. A volte sembra persino migliorare le persone. Ma non fu il caso dei due cugini.
Per divertirci nelle lunghe notti canadesi, Chris, io, Ed e gli altri amici andavamo in giro a bordo delle nostre auto e dei nostri pickup. Percorrevamo il viale principale, fino all'estremità nord della città, poi proseguivamo verso ovest o ritornavamo sul viale, per fare il giro inverso, e così via, all'infinito. Se non eravamo in città, guidavamo sulle strade di campagna. Un secolo prima, i topografi avevano tracciato una vasta rete stradale che attraversava l'intera distesa di 300.000 chilometri quadrati della grande prateria occidentale. Ogni paio di miglia a nord, una strada sterrata si estendeva all'infinito, collegando l'est con l'ovest. Ogni miglio verso ovest, s'incontrava un'altra strada che andava da nord a sud. Non ci ritrovammo mai a corto di strade.
La terra desolata dell'adolescenza
Se non stavamo girando per la città e per la campagna, eravamo a qualche festa. Alcuni adulti piuttosto giovani, o alcuni adulti non più giovani e piuttosto discutibili, aprivano agli amici le porte della propria casa, che diventava quindi una temporanea base per imbucati di ogni genere, molti dei quali erano davvero sgradevoli o lo diventavano rapidamente quando iniziavano a bere. Una festa poteva aver luogo anche per caso, quando i genitori inconsapevoli di un qualche adolescente lasciavano la città. In quel caso, chi era alla guida delle auto o dei pickup che giravano senza sosta per la città e per la campagna notava che in casa le luci erano accese ma l'auto di famiglia non era nel parcheggio. Non era una bella situazione: poteva degenerare al di là di ogni controllo.
Non mi piacevano le feste adolescenziali, non le ricordo con nostalgia. Erano squallide. Le luci erano soffuse e ciò contribuiva a ridurre ai minimi termini la consapevolezza di sé. La musica assordante rendeva impossibile la conversazione. C'era poco di cui parlare, comunque. C'era sempre qualche psicopatico della città che partecipava al party. Tutti bevevano e fumavano troppo. Su queste situazioni gravava un senso di assenza di direzione, cupo e opprimente, e non accadeva mai nulla, a parte il momento in cui il mio tranquillissimo compagno di classe brandì il suo fucile calibro 12, completamente carico, oppure quando la ragazza che più tardi diventò mia moglie insultò con disprezzo qualcuno mentre questo la minacciava con un coltello, o ancora il momento in cui un altro nostro amico si arrampicò su un grande albero, si lasciò dondolare su un ramo e cadde sulla schiena, mezzo morto, proprio accanto al fuoco che avevamo acceso, seguito, esattamente un minuto dopo, dal suo amico mezzo scemo.
Nessuno sapeva perché diavolo si facessero quelle feste. Speravamo di incontrare una cheerleader? Aspettavamo Godot? Anche se avremmo preferito, senza esitazioni, la prima soluzione, la seconda si avvicinava maggiormente alla verità. Sarebbe più romantico, suppongo, suggerire che avremmo tutti colto al volo l'occasione di impegnarci in qualcosa di più produttivo, annoiati a morte come eravamo. Ma non è vero. Eravamo tutti troppo prematuramente cinici, stanchi del mondo e restii ad assumerci responsabilità, a frequentare gruppi di discussione, a studiare per diventare cadetti dell'aviazione o a interessarci a uno qualsiasi degli sport che gli adulti intorno a noi cercavano di organizzare. Non fare nulla non era divertente. Non so come fosse la vita adolescenziale prima che i rivoluzionari della fine degli anni Sessanta suggerissero a tutti i giovani di trovare la propria strada, aprire le porte della percezione e abbandonare gli studi. Era accettabile, nel 1955, che un adolescente aderisse con tutto se stesso a un club? Certamente non lo era vent'anni dopo. Molti di noi aprirono le porte della percezione e abbandonarono gli studi. Ma non molti trovarono la propria strada.
Volevo essere altrove. E non ero l'unico. Tutti quelli che alla fine lasciarono la Fairview in cui eravamo cresciuti sapevano già all'età di dodici anni che se ne sarebbero andati. Io lo sapevo. Mia moglie, che crebbe con me nella strada in cui abitavano entrambe le nostre famiglie, lo sapeva. Anche gli amici che avevo allora e che se ne andarono o quelli che non lo fecero lo sapevano, a prescindere dalla strada su cui si trovavano. C'era una tale aspettativa implicita nelle famiglie dei ragazzi che avrebbero frequentato l'università che non era possibile sbagliarsi. Per chi proveniva da famiglie meno istruite, un futuro che includesse l'università non era nemmeno pensabile. Il problema non era la mancanza di denaro. I costi per l'istruzione universitaria erano molto bassi a quel tempo e i posti di lavoro ad Alberta erano tanti e ben pagati. Guadagnai più nel 1980, lavorando in una fabbrica di compensato, di quanto ricavai nei successivi vent'anni impegnandomi nelle occupazioni più svariate. Nell'Alberta ricca di petrolio degli anni Settanta, nessuno sceglieva di non frequentare l'università per motivi economici.
Alcuni amici di un tipo, alcuni amici di un altro
Al liceo, dopo che il mio primo gruppo di amici si ritirò dagli studi, strinsi amicizia con un paio di nuovi arrivati. Venivano da fuori e alloggiavano al pensionato studentesco di Fairview. Nella loro città natale, ancor più isolata e dall'appropriato nome di Bear Canyon [Gola dell'Orso], non c'erano scuole superiori. Erano due tipi ambiziosi, se paragonati agli altri liceali; semplici e affidabili, ma anche interessanti e molto divertenti. Quando lasciai la città per frequentare il Grande Prairie Regional College, a 150 chilometri di distanza, uno di loro divenne il mio coinquilino. L'altro proseguì gli studi in un'altra università. Entrambi puntavano in alto. La loro determinazione in tal senso rafforzò la mia motivazione.
Al mio arrivo al college ero felice come un fringuello. Trovai un altro gruppo di amici, piuttosto numeroso, con cui m'intendevo bene, cui si unì anche il mio compagno di Bear Canyon. Eravamo tutti affascinati dalla letteratura e dalla filosofia. Gestivamo un'associazione studentesca. La rendemmo redditizia, per la prima volta nella storia, ospitando balli universitari. Com'è possibile non guadagnarci vendendo birra ai ragazzi del college? Fondammo un giornale. Conoscemmo meglio i nostri professori di scienze politiche, biologia e letteratura inglese nei seminari a numero chiuso che caratterizzavano il nostro primo anno di studi. I docenti erano grati per il nostro entusiasmo e insegnavano con passione. Ci stavamo costruendo una vita migliore.
Abbandonai molte cose del mio passato. In una piccola città, tutti sanno chi sei. Ti trascini dietro gli anni passati come un cane che corre con una fila di lattine legate alla coda. Non puoi sfuggire a chi sei stato. Allora non era tutto online, grazie a Dio, ma rimaneva comunque impresso, indelebilmente, nei ricordi e nelle aspettative, espresse e sottintese, di ognuno.
Quando ti trasferisci, tutto è indefinito, almeno per un po'. È stressante, ma nel caos ci sono nuove possibilità. Le persone, te compreso, non riescono a rinchiuderti e a ingabbiarti nelle loro vecchie opinioni. Vieni scosso e portato fuori dal tracciato, puoi crearne uno nuovo e migliore, con persone che ambiscono al meglio. Pensavo che fosse naturale crescere in questo modo. Credevo che ogni persona che si trasferiva avesse avuto (e desiderato) una simile esperienza di caduta e rinascita. Ma non accadeva sempre così.
Una volta, quando avevo all'incirca quindici anni, andai con Chris e un altro amico, Carl, a Edmonton, una città di seicentomila persone. John non era mai stato in una grande città, e non era un caso raro. Il viaggio di andata e ritorno da Fairview a Edmonton era di circa 1.300 chilometri. L'avevo fatto spesso, a volte con i miei genitori, a volte senza. Mi piaceva l'anonimato della città. Mi piacevano i nuovi inizi. Mi piaceva la fuga dalla squallida e soffocante cultura adolescenziale della mia città natale. Quindi, convinsi i miei due amici a fare quel viaggio. Ma la loro esperienza fu diversa dalla mia. Appena arrivati, Chris e Carl decisero che volevano comprare un po' d'erba. Ci dirigemmo verso quei quartieri di Edmonton che erano proprio come il peggio di Fairview. Lì trovammo gli stessi furtivi pusher di marijuana. Trascorremmo il fine settimana a bere nella camera d'albergo. Sebbene avessimo affrontato un lungo viaggio, non eravamo andati da nessuna parte.
Qualche anno dopo assistetti a un esempio ancora più eclatante di questa situazione. Mi ero trasferito a Edmonton per completare il mio corso di laurea. Avevo preso in affitto un appartamento con mia sorella, che stava studiando per diventare infermiera ed era anche una persona un po' folle. Non molti anni più tardi avrebbe avviato una piantagione di fragole in Norvegia, organizzato safari in Africa, contrabbandato camion attraverso il deserto del Sahara minacciato dai Tuareg e fatto da babysitter ai gorilla orfani in Congo. Avevamo una bella casa in un nuovo palazzo che si affacciava sull'ampia vallata del fiume North Saskatchewan. Vedevamo lo skyline della città sullo sfondo. In un impeto di entusiasmo comprai un bellissimo pianoforte verticale Yamaha nuovo. Sembrava proprio un bel posto.
Mi giunse voce che Ed, il cugino più giovane di Chris, si era trasferito in città. Pensai fosse una bella notizia. Un giorno mi chiamò e lo invitai a venirmi a trovare. Volevo vedere come se la passasse. Speravo che stesse mettendo a frutto il potenziale che una volta avevo visto in lui. Ma non fu così. Quando Ed si presentò, mi apparve più vecchio, con meno capelli e ingobbito. Era molto più simile a un adulto che non se la cava tanto bene che non a un giovane pieno di possibilità. Gli occhi erano fessure arrossate che rivelavano l'abitudine di assumere droghe. Ed aveva accettato qualche lavoretto di giardinaggio che sarebbe andato bene per uno studente universitario che volesse arrotondare o per qualcuno che non poteva fare di meglio, ma che era invece miseramente scadente come scelta di vita per una persona intelligente.
Ed era accompagnato da un amico.
È l'amico che ricordo davvero. Era fatto, completamente fuori, totalmente sballato. La sua mente e il nostro grazioso e civile appartamento non sembravano appartenere allo stesso universo. C'era anche mia sorella, che conosceva Ed e aveva già assistito a questo genere di situazioni, prima. Non ero contento che Ed avesse portato quel personaggio a casa nostra. Ed si sedette. Anche l'amico si sedette, anche se forse non se ne accorse. Era una farsa: fatto com'era, Ed aveva ancora la capacità di sentirsi in imbarazzo. Sorseggiammo una birra. L'amico di Ed guardò verso l'alto e riuscì a dire: “Le mie particelle sono sparse per tutto il soffitto”. Mai furono pronunciate parole più vere.
Presi Ed da parte e gli dissi gentilmente che doveva andarsene. Gli dissi che non avrebbe dovuto portare da noi quell'inutile bastardo del suo amico. Annuì. Capì. E ciò rese la situazione ancora più triste. Molto più tardi, suo cugino Chris mi scrisse una lettera a questo proposito. L'ho citata nel mio primo libro, Maps of Meaning: “Avevo degli amici” scrisse.62 “Prima. Chiunque avesse abbastanza disprezzo per se stesso da potermi perdonare il mio.”
Che cosa rendeva Chris, Carl e Ed incapaci o addirittura riluttanti a fare qualcosa o a cambiare amicizie per migliorare le circostanze della loro vita? Era una condizione inevitabile: una conseguenza dei loro limiti, di malattie alla fase iniziale o di traumi del passato? Dopo tutto, le persone sono molto diverse tra loro, in maniere che sembrerebbero sia strutturali sia deterministiche. Le persone differiscono per intelligenza, che è in gran parte la capacità di apprendere e trasformarsi. Hanno anche personalità molto diverse. Alcune sono attive, altre passive, ansiose o calme. Per ogni individuo motivato a raggiungere degli obiettivi, ne esiste uno indolente. Il grado in cui queste differenze sono immutabilmente parte integrante di qualcuno è maggiore di quanto una persona ottimista possa presumere o desiderare. E poi c'è la malattia, mentale e fisica, diagnosticata o invisibile, che limita ulteriormente e modella le nostre vite.
Chris ebbe un crollo psicotico sulla trentina, dopo aver flirtato con la follia per tanti anni. Non molto tempo dopo, si suicidò. L'uso pesante di marijuana amplificò il problema o fu una cura palliativa? Dopotutto, l'uso di farmaci capaci di sedare il dolore, regolarmente prescritti dai medici, è diminuito negli Stati come il Colorado in seguito alla legalizzazione della marijuana.63 Forse l'erba ha alleviato la situazione di Chris, non l'ha peggiorata. Forse ha ridotto la sua sofferenza, invece di esacerbarne l'instabilità. È stata la filosofia nichilista da lui coltivata a spianare la strada al crollo finale? Quel nichilismo, a sua volta, era una conseguenza di una vera malattia o solo una razionalizzazione della riluttanza di Chris a immergersi responsabilmente nella vita? Perché lui, come il cugino, come altri miei amici, sceglieva continuamente persone e luoghi che non erano positivi per lui?
A volte, quando hanno una bassa opinione del proprio valore o forse quando rifiutano di assumersi la responsabilità della propria vita, le persone si buttano su nuove amicizie, e proprio di quel tipo che già in passato si è rivelato problematico. Non credono di meritare di meglio, quindi non vanno a cercarlo. O, forse, non vogliono affrontare i problemi connessi a questo meglio. Freud la definì una “coazione a ripetere”. La ritenne una pulsione inconscia a replicare le brutture del passato: a volte, forse, per comprendere quegli orrori in maniera più profonda, a volte per tentare di averne una padronanza più attiva e altre volte, forse, perché sembrano non esserci alternative. Le persone creano il proprio mondo con gli strumenti che hanno direttamente a portata di mano. Strumenti difettosi portano a risultati sbagliati. L'uso ripetuto degli stessi strumenti difettosi porta agli stessi risultati sbagliati. È in questo modo che chi non riesce a imparare dal passato si condanna a ripeterlo. In parte è destino. In parte è incapacità. O forse è riluttanza a imparare? È rifiuto di imparare, rifiuto motivato di imparare?
Salvare i dannati
Ci sono anche altri motivi per cui i ragazzi scelgono amicizie non positive per loro. A volte perché vogliono salvare qualcuno. Questo è più tipico dei giovani, ma l'impeto permane anche tra gli adulti che sono troppo ben disposti, ingenui o che non vogliono vedere. Qualcuno potrebbe obiettare: “È giusto vedere il meglio nelle persone. La virtù più elevata è il desiderio di aiutare.” Ma non tutti quelli che sbagliano sono vittime, e non tutti quelli che si trovano sul fondo desiderano risalire, anche se molti lo vogliono e ci riescono. Nondimeno, le persone spesso accettano o addirittura accrescono la propria sofferenza, così come quella degli altri, se possono esibirla come prova dell'ingiustizia del mondo. Tra gli oppressi non mancano certo gli oppressori, anche se molti di loro sono solo aspiranti tali, data la bassa posizione sulla scala sociale. È la risposta più facile da scegliere, nell'immediato, anche se, nel lungo periodo, è un inferno.
Immagina qualcuno per cui le cose non vadano bene. Ha bisogno di aiuto, e forse lo desidera anche. Ma non è facile distinguere tra qualcuno che vuole veramente un aiuto e ne ha bisogno e qualcuno che sta semplicemente sfruttando chi vuole aiutarlo. Capirlo è difficile anche per chi cerca aiuto. La persona che prova, fallisce e viene perdonata, e poi ci riprova, fallisce e viene perdonata di nuovo è molto spesso anche colei che desidera che tutti credano nell'autenticità dei suoi tentativi.
Quando non si tratta solo di ingenuità, il tentativo di salvare qualcuno è spesso alimentato dalla vanità e dal narcisismo. Qualcosa di simile è descritto nelle parole dolenti del classico dell'incomparabile Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, che inizia con queste famose battute: “Sono un uomo malato... Sono un uomo cattivo. Sono brutto. Penso che il mio fegato sia malato”. È la confessione di un miserabile e arrogante ospite del mondo sotterraneo del caos e della disperazione. Si analizza senza pietà, ma paga in quest'unico modo per cento peccati, nonostante ne commetta mille. Quindi, immaginando di redimersi, l'uomo del sottosuolo commette il peggiore dei peccati. Offre aiuto a una persona davvero sfortunata, Liza, una donna avviata sulla disperata strada della prostituzione del diciannovesimo secolo. Il protagonista la invita ad andarlo a trovare, promettendole che la riporterà sulla giusta strada. Mentre aspetta la donna, le fantasie dell'uomo si fanno sempre più messianiche:
Un giorno passò, intanto, un altro e un altro ancora; lei non veniva e io cominciavo a tranquillizzarmi. Riprendevo coraggio di solito dopo le nove, a volte mi trovavo persino a sognare e con una certa dolcezza: “Io, per esempio, salvo Liza, proprio perché lei viene a trovarmi e io le parlo... L'aiuto a crescere, la educo. Alla fine mi accorgo che lei mi ama, mi ama appassionatamente. Faccio finta di non capire (non so, comunque, perché faccio finta, solo per bellezza, forse). Alla fine tutta confusa, bellissima, tremante e singhiozzante, si getta ai miei piedi e dice che sono il suo salvatore, e che mi ama più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Queste fantasie alimentano unicamente il narcisismo dell'uomo del sottosuolo, nient'altro. Liza stessa ne è vittima. La salvezza che l'uomo le offre richiede molto di più, in termini di impegno e maturità, di quanto sia disposto o in grado di offrire. Semplicemente non ha il carattere per andare fino in fondo: se ne accorge presto, e altrettanto rapidamente trova delle giustificazioni. Alla fine Liza arriva nel suo squallido appartamento, contando disperatamente su una via d'uscita, puntando tutto ciò che ha su quell'incontro. Dice all'uomo del sottosuolo di voler lasciare la vita attuale. La risposta dell'uomo?
“Perché sei venuta da me, me lo dici, per favore?” cominciai, con il respiro affannoso e senza pensare al collegamento logico tra le mie parole. Cercavo di dire tutto in una volta, a raffica; non mi ero nemmeno domandato come avrei iniziato. “Perché sei venuta? Rispondi, rispondi” gridai, quasi senza sapere cosa stessi facendo. “Ti dirò, cara mia, perché sei venuta. Sei venuta perché allora ti ho detto parole di compatimento. Quindi ora ti sei ammorbidita come il burro e desideri ancora provare quei bei sentimenti. Allora puoi anche sapere che mi stavo prendendo gioco di te. E lo faccio anche ora. Perché stai rabbrividendo? Sì, mi stavo prendendo gioco di te. Ero stato insultato poco prima, a cena, da chi quella sera era arrivato prima di me. Venni da te, con l'intenzione di picchiare uno di loro, un ufficiale; ma non ci riuscii, non lo trovai; dovevo sfogare l'insulto su qualcuno per riavermi; sei arrivata tu, mi sono sfogato su di te e ti ho derisa. Ero stato umiliato, e di conseguenza volevo umiliare qualcuno; ero stato trattato come una pezza da piedi, quindi volevo fare sfoggio del mio potere... Ecco cos'era, e tu hai immaginato che fossi venuto lì apposta per salvarti. Sì? L'hai immaginato? L'hai immaginato?”.
Sapevo che forse sarebbe rimasta confusa e non avrebbe compreso tutto esattamente, ma sapevo anche che ne avrebbe afferrato la sostanza, molto bene. E così fece. Diventò bianca come uno straccio, cercò di dire qualcosa con le labbra che si muovevano a fatica; ma si lasciò cadere su una sedia come se fosse stata abbattuta da un'ascia. E in seguito mi ascoltò sempre con le labbra socchiuse e gli occhi spalancati, rabbrividendo per il terrore. Il cinismo, il cinismo delle mie parole l'aveva sopraffatta...
L'ostentata arroganza, l'indifferenza e la cattiveria gratuita del protagonista infrangono le ultime speranze di Liza. Lui lo capisce bene. Peggio ancora: qualcosa in lui mira proprio a quello. E lui sa anche questo. Ma un cattivo che si dispera per la propria malvagità non diventa un eroe. Un eroe ha caratteristiche positive, non è semplicemente l'assenza del male.
Potresti obiettare che Cristo stesso abbia stretto amicizia con esattori e prostitute. Come oso demolire le motivazioni di chi cerca di aiutare? Ma Cristo era l'archetipo dell'uomo perfetto. E tu sei tu. Come fai a sapere che i tuoi tentativi di tirare qualcuno fuori dai guai non lo porteranno invece, o non condurranno te stesso, più in basso? Immagina il caso di qualcuno che supervisiona un'eccezionale squadra di lavoratori, tutti impegnati a raggiungere un obiettivo comune; immaginali laboriosi, brillanti, creativi e uniti. Ma la persona che li supervisiona è responsabile anche di qualcun altro che ha problemi e ottiene risultati scadenti. In un impeto di ispirazione, il manager ben intenzionato sposta quella persona problematica all'interno della squadra eccezionale, sperando di migliorarlo con l'esempio. Che cosa succede? Gli studi di psicologia sono molto chiari, a questo proposito.64 L'intruso che è sulla cattiva strada si rialza immediatamente e prende la giusta direzione? No. Al contrario, l'intera squadra degenera. Il nuovo arrivato rimane cinico, arrogante e nevrotico. Si lamenta. Si sottrae al proprio dovere. Salta le riunioni importanti. Il suo lavoro scadente causa ritardi e deve essere rifatto da altri. Viene comunque pagato, proprio come i compagni di squadra. Le altre persone che lavorano seriamente iniziano a sentirsi tradite. “Perché io ce la metto tutta per cercare di portare a termine questo progetto” ognuno pensa, “mentre il nuovo membro del gruppo non fa nessuna fatica?”. La stessa cosa accade quando ben intenzionati psicologi scolastici piazzano un adolescente con tendenze criminali tra coetanei relativamente civili. È la delinquenza a diffondersi, non l'equilibrio.65 Scendere di livello è molto più facile che salire.
Forse stai cercando di salvare qualcuno perché sei una persona forte, generosa e ben organizzata che vuole fare la cosa giusta. Ma è anche possibile e, forse, più probabile che tu voglia solo attirare l'attenzione sulle tue riserve inesauribili di empatia e buona volontà. O forse stai cercando di salvare qualcuno perché vuoi convincerti che la tua forza di carattere è più di un semplice effetto collaterale della tua fortuna e della tua condizione di nascita. O forse perché è più facile apparire virtuosi quando si è al fianco di qualcuno totalmente irresponsabile.
Supponi innanzitutto che tu stia facendo la cosa più semplice, non la più complessa.
Il tuo alcolismo accanito fa sembrare normale il mio bere smodato. Le nostre lunghe e serie conversazioni sul tuo matrimonio in crisi ci convincono entrambi che tu stia facendo tutto il possibile e che io ti sto aiutando al massimo. Sembra uno sforzo. Sembra un progresso. Ma un vero miglioramento richiederebbe molto di più da entrambi. Sei sicuro che la persona che chiede a gran voce di essere aiutata non abbia deciso più e più volte di sobbarcarsi il suo inutile e sempre più pesante fardello di sofferenza, semplicemente perché è più facile che assumersi una vera responsabilità? Stai contribuendo ad alimentare un'illusione? È possibile che il tuo disprezzo sarebbe più proficuo della tua compassione?
O forse non hai in mente di salvare qualcuno. Frequenti persone che sono negative per te non perché sia meglio per qualcuno, ma perché è più facile. Lo sai. I tuoi amici lo sanno. Siete tutti legati da un contratto silenzioso: votato al nichilismo, al fallimento e alla sofferenza del tipo più stupido. Avete tutti deciso di sacrificare il futuro al presente. Non ne parlate. Non vi guardate in faccia per dire: “Prendiamo la strada più facile. Crogioliamoci in qualunque cosa ci arrivi dal presente. E stabiliamo, inoltre, di non criticarci a vicenda per questa scelta. Così possiamo dimenticare più facilmente ciò che stiamo facendo.” Non dite nulla di tutto ciò, ma voi tutti sapete cosa sta succedendo davvero.
Prima di aiutare qualcuno, dovresti scoprire perché quella persona è nei guai. Non dovresti semplicemente supporre che lui o lei sia una nobile vittima di circostanze ingiuste e dello sfruttamento. È la spiegazione più improbabile, non la più plausibile. Nella mia esperienza, clinica e non, non ho mai incontrato casi così lineari. Inoltre, se accetti la spiegazione che tutto quanto sia accaduto senza responsabilità alcuna da parte della vittima, neghi a quella persona ogni azione compiuta nel passato e, implicitamente, anche nel presente e nel futuro. In questo modo, la spogli di ogni potere.
È molto più probabile che un determinato individuo si sia semplicemente rifiutato di percorrere la strada in salita, a causa della difficoltà. Forse questo dovrebbe addirittura essere il tuo presupposto di base, di fronte a una situazione del genere. È troppo duro, penserai. Potresti avere ragione. Forse è una supposizione eccessiva. Ma considera che il fallimento è facile da comprendere. Non è necessario spiegarne l'esistenza. Allo stesso modo, la paura, il disprezzo, la dipendenza, la promiscuità, il tradimento e l'inganno non richiedono spiegazioni. Non è l'esistenza del vizio, o l'indulgere in esso, a richiedere una spiegazione. Il vizio è facile. Anche il fallimento è facile. È più facile scegliere di non sobbarcarsi un peso sulle spalle. È più facile non pensare, non fare e non preoccuparsi. È più facile rimandare a domani ciò che deve essere fatto oggi e annegare i mesi e gli anni che verranno nei piaceri di poco conto di oggi. Come dice lo scellerato capofamiglia Simpson, immediatamente prima di scolarsi un barattolo di maionese mista a vodka, “Questo è un problema per l'Homer del futuro. Cielo, non lo invidio proprio!”.66
Come faccio a sapere che con la tua sofferenza non mi stai chiedendo di sacrificare le mie risorse, così da potere, per un momento brevissimo, evitare l'inevitabile? Forse hai persino smesso di preoccuparti della rovina imminente, ma non vuoi ancora ammetterlo. Forse il mio aiuto non cambia nulla, non può, ma riesce a tenere lontana quella presa di coscienza troppo terribile, troppo personale. Forse la tua infelicità è una richiesta che mi fai così che anch'io fallisca, così che il divario tra noi, che tu avverti come molto doloroso, possa ridursi, mentre tu degeneri e affondi. Come faccio a sapere che ti rifiuterai di giocare a un gioco del genere? Come faccio a sapere che io stesso non sto semplicemente fingendo di essere responsabile, mentre ti aiuto invano, così da non dover fare qualcosa di veramente complesso, e realmente possibile?
Forse la tua infelicità è lo strumento che brandisci nel disprezzo di chi si eleva verso l'alto mentre tu attendi e affondi. Forse la tua infelicità è un tentativo di dimostrare l'ingiustizia del mondo, invece che l'evidenza del tuo stesso peccato, dell'aver mancato il bersaglio, del rifiuto consapevole di combattere e di vivere. Forse la tua volontà di soffrire nel fallimento è inesauribile, dato che ti servi di quella sofferenza per dimostrarlo. Forse è la tua vendetta nei confronti dell'Essere. Come potrei esserti amico in una situazione del genere? In quale maniera?
Il successo è un mistero. La virtù è inspiegabile. Per fallire, devi semplicemente coltivare alcune cattive abitudini. Devi solo lasciare che il tempo passi. E una volta che qualcuno ha coltivato cattive abitudini e ha lasciato trascorrere un tempo abbastanza lungo, si ritrova parecchio impoverito. Molte opportunità si sono dissipate e gran parte delle sue caratteristiche peggiori adesso sono diventate reali. La situazione tende spontaneamente all'entropia, ma i peccati degli uomini ne accelerano il degrado. E poi arriva il diluvio.
Non sto dicendo che non ci sia speranza di redenzione. Ma è molto più difficile tirare fuori qualcuno da un baratro piuttosto che aiutarlo a rialzarsi da un fosso. E alcuni baratri sono molto profondi. Sul fondo non rimane molto del corpo di chi vi è caduto.
Forse dovrei aspettare ad aiutarti, almeno finché non è chiaro che vuoi essere aiutato. Carl Rogers, il famoso psicologo umanista, riteneva che fosse impossibile iniziare una relazione terapeutica se la persona che aveva cercato aiuto non era intenzionata a migliorare.67 Rogers sosteneva che fosse impossibile convincere qualcuno a cambiare in meglio. Il desiderio di migliorare è, invece, il prerequisito per migliorare. Come psicoterapeuta ho lavorato con soggetti che mi sono stati assegnati dal tribunale giudiziario. Non volevano il mio aiuto ma erano stati costretti a rivolgersi a me. Non ha mai funzionato. È stata una farsa.
Se rimango legato a te, in una relazione malsana, forse è perché sono troppo debole e indeciso per andarmene, ma non voglio riconoscerlo. Continuo, quindi, ad aiutarti e mi consolo con il mio martirio inutile. Forse potrò poi dire di me stesso che sono “Qualcuno che si sacrifica, che è disposto ad aiutare qualcun altro, una brava persona.” Non è così. Potrei semplicemente essere una persona che cerca di apparire buona fingendo di risolvere quello che sembra un problema complicato, invece di agire bene concretamente e affrontare altre circostanze reali.
Forse, invece di mantenere viva la nostra amicizia, dovrei allontanarmi, diventare adulto e dare l'esempio.
E questa non è una giustificazione che ci permette di abbandonare chi ha realmente bisogno, per perseguire la nostra ambizione, cieca e meschina, se è necessario dirlo.
Un patto reciproco
Ecco un aspetto da prendere in considerazione. Se hai un amico che non vorresti frequentasse tua sorella, tuo padre o tuo figlio, perché lo frequenti tu? Potresti dire: per lealtà. Bene, la lealtà non corrisponde alla stupidità. La lealtà deve essere negoziata, in modo equo e onesto. L'amicizia è un patto reciproco. Non sei moralmente obbligato a sostenere qualcuno che rende il mondo un posto peggiore. Piuttosto è vero il contrario. Dovresti scegliere persone che vogliono che il mondo sia migliore, non peggiore. È una decisione buona, non egoistica, attorniarti di persone che sono positive per te. È giusto e lodevole frequentare persone che starebbero meglio se vedessero che tu stai meglio.
Se ti circondi di persone che sostengono i tuoi sforzi per raggiungere obiettivi elevati, non tollereranno cinismo né distruttività. T'incoraggeranno, invece, quando fai del bene a te stesso e agli altri e ti puniranno saggiamente quando ti comporti diversamente. Questa situazione ti rafforzerà nella decisione di fare ciò che è giusto, nella maniera più appropriata e accurata. Le persone che non puntano al meglio faranno il contrario. Offriranno una sigaretta a un ex fumatore e una birra a un ex alcolista. Saranno invidiose se avrai successo, o se farai qualcosa di puro, e ti faranno mancare la loro presenza o il loro sostegno o ti puniranno. Sminuiranno il tuo risultato confrontandolo con una loro impresa passata, reale o immaginaria. Forse cercheranno di metterti alla prova, per vedere se la tua risoluzione è reale, per capire se sei sincero. Ma soprattutto ti trascineranno verso il basso, perché il tuo avanzamento rende ancora più evidenti le loro mancanze.
È per questo motivo che ogni buon esempio è una sfida fatidica e ogni eroe è un giudice. La meravigliosa scultura in marmo del “David” di Michelangelo grida all'osservatore: “Potresti fare di più.” Quando osi ambire a mete più elevate, riveli le mancanze della situazione presente e sveli la promessa del futuro. Allora turbi gli altri, nel profondo delle loro anime, perché capiscono che il cinismo e l'immobilismo sono ingiustificabili. Sei Abele nei confronti di Caino. Ricordi loro che hanno smesso di impegnarsi non a causa delle brutture della vita, che sono innegabili, ma perché non vogliono assumersi il peso del mondo sulle loro spalle, proprio lì dove deve stare.
Non pensare che sia più facile circondarti di persone positive che di persone malsane. Non lo è. Una persona buona e sana è un ideale. Sono necessarie forza e audacia per stare vicino a una persona simile. Abbi un po' di umiltà. Abbi un po' di coraggio. Usa il giudizio e proteggiti da una compassione e da una pietà acritiche.
Scegli amici che vogliono il meglio per te.
...
.
...
FINE Parte 1.